La ricerca della verità cinematografica

Che cos’é la realtà?
La risposta più semplice ed immediata potrebbe essere quello che comunemente percepiamo. Nella vita di tutti i giorni é qualcosa che vediamo, tocchiamo, sentiamo che sia con uno o che sia con tutti i sensi al tempo stesso, ovvero quello che percepiamo.
Cosa è la percezione?
Gibson considera l’ambiente umano come un’ ambiente culturale, "la percezione visiva dell’ uomo è frutto di una continua interazione a due vie tra ambiente e soggetto e tra natura e cultura, in un processo reso dinamico da tale reciprocitá"1.
La percezione, secondo la teoria della Gestalt, rimanda ad una sorta di grammatica universale innata. Questa teoria, in conflitto con il pensiero antropologico, ci rimanda a schemi interattivi uomo-ambiente secondo cui la percezione sarebbe un processo dinamico frutto di esperienze individuali. "…vedere è un’ operazione del nostro cervello e che ciò che vediamo dipende ugualmente dalla realtà fenomenica esterna e dalla realtà psicologica e culturale interiore che è in rapporto con la prima attraverso gli organi di percezione. Mentre la realtà esterna rappresenta il mondo visivo, all’ immagine retinica corrisponde il campo visivo"2.
Quel che appare evidente e quasi indispensabile, fermato questo principio in maniera assoluta, è la necessaria presenza della relazione percezione/ambiente. Fenomeno eccezionale e meraviglioso a cui siamo tutti esposti e nessuno escluso. Ogni volta percepiamo una realtà nuova poichè unico e peculiare è il rapporto uomo-ambiente che s’ innesca di volta in volta, per via della mutata realtà fenomenica esterna o di quella psicologica e culturale interna in costante trasformazione. Nel Mito platonico della caverna (Libro VII della Repubblica) l’autore racconta come i protagonisti rinchiusi in una sorta di caverna sin da piccoli, con le gambe e le mani in catene, vedano proiettate sulle pareti della caverna ombre di persone e udendole parlare tra loro apparivano come ombre parlanti su quella parete della caverna che stava di fronte a loro. Cosa succederebbe come dice Socrate, se uno dei protagonisti venisse sciolto dalle catene? Questi entrerebbe in confusione impiegandoci del tempo per riconoscere la realtà. Sarebbero ancor più complesse le cose se il neo uomo libero fosse trasportato fuori alla luce del sole: anche in questo caso, dopo un lungo e sofferto processo di adattamento alla nuova realtà, continuerà a fare grande confusione tra ombre, attori e realtà naturale. Quello che ne risulterà sarà un preciso e consapevole criterio di discriminazione dei vari livelli di conoscenza inducendo la vittima all`ansia di comunicare le sue grandi scoperte.
Se di per sé la percezione della realtà è questione assai complessa, come attribuire all’audiovisivo l’oggettività della rappresentazione? E se il cinema é arte, non é forse l’arte l’illusione della realtà?
Queste questioni aprono la strada a nuovi interrogativi e alla complicata questione della rappresentazione audiovisiva della realtà, la cui soluzione trova interpretazione nella riflessione storica sull’estetica, la cui principale tradizione occidentale trova origine nella poetica di Aristotele che vedeva l’arte come imitazione della natura. La pittura dal primo rinascimento fino al XIX° secolo, da Giotto a Manet e agli impressionisti, solca questa filosofia con una convinzione sempre crescente. Successivamente le novelle di Balzac e Tolstoy raccolsero una più accurata rappresentazione della natura e della società, come nessuna letteratura abbia fatto fino ad allora. Infine le novelle di Chekov sembrarono portare il realismo ai suoi limiti più estremi.
Presto questi risultati furono eclissati dall’invenzione della fotografia. La fotografia è quel processo che ci permette di fissare percezioni visive su un supporto tramite un processo chimico, rendendo le foto simili allo sguardo umano e la macchina fotografica simile all´occhio. "Se la percezione è giá il prodotto di selezioni, la fotografia vi sovrappone nuove ed ulteriori scelte: essa non puó dunque essere considerata semplicemente la registrazione di una data percezione visiva"3.
Questo attraverso scelte peculiari del mezzo fotografico fra cui la determinazione del campo visivo, angolazioni, tempi di esposizione, focali, apertura del diaframma e tutti quegli accorgimenti tecnici e stilistici che la fotografia richiede di volta in volta per proiettare uno sguardo unico e peculiare sul mondo. Purtroppo la fotografia fissa un determinato momento di una determinata realtá, assumendola come unica, che non è mai statica e per questo mai assoluta. Proprio secondo la teoria di Gibson, detta ecologica, un atto psicosomatico di un essere in rapporto continuo con l´ambiente e per questo mutevole e cangiante innescando quella relazione ambiente-soggetto, relazione meravigliosa che ci permette di asserire che non vediamo attraverso un semplice meccanismo fisiologico, ma attraverso conoscenze acquisite nel tempo ed in determinate società. Anche la pittura, cosí come il romanzo, riproduce in un modo o nell’altro, un mondo riconoscibile fatto di personaggi e delle loro storie. Nessun` altra arte è legata alla realtà così come il cinema, il cinema è legato alla realtà attraverso un legame speciale: un maggiore coinvolgimento dei sensi ovvero la sinestesia attraverso le immagini in movimento e sonorizzate.
Il critico cinematografico francese Bazin che fondò l’influente giornale “Cahiers du Cinema” nel tardo 1940 é probabilmente uno dei più grandi teorici della generazione a cui appartenne Truffaut e Godard. Bazin vede il realismo cinematografico come espressione del mito, come esenzione dal nostro destino terreno, per questo accoglie di buon grado il cinema sonorizzato e sonoro e le forme successive di amplificazione della realtà.
Rudolph Arnheim, psicologo ed esteta esponente dei teorici antirealisti della prima generazione sosteneva che il cinema fosse riproduzione meccanica della natura e pertanto non elevabile ad arte per nessuna ragione. Doveva essere distinta con chiarezza l’esistenza del desiderio primordiale di possedere oggetti creandoli ex novo, da quello di creare arte.
V. F. Perkins, teorico critico cinematografico inglese, tenta di "incorporare i punti di vista di entrambe le tradizioni, realista ed antirealista. Per lui il media cinematografico era capace di documentare o fantasticare, di copiare e creare. Ma il massimo obiettivo espressivo del cinema va ricercato nella narrazione fiction dove si raggiunge la sintesi delle due tendenze del film"4.
Questo é il processo di cui si serve il cinema: omologa i due generi rendendoci testimoni oculari di un fatto di finzione per condurci in quel luogo (il cinema) che il semiologo russo Jurij Lotman ha definito "sintesi del reale e dell’illusorio"5. Ci allontaniamo, così, dalla poetica Aristotelica, abbandoniamo l’atto artigianale della riproduzione di oggetti, luoghi e persone per lasciar spazio a nuovi significati e iniziative creative che elevano le immagini cinematografiche ad ambasciatrici di nuovi e sorprendenti significati.

"Il documentario, inteso non superficialmente, ma come modo di una realtà “inventata” dal regista con diversi elementi umani, inanimati, paesaggistici in un montaggio ritmico, figurativo, sonoro, esiste sempre nel cinematografo più genuino, in altre parole si può sostenere che l’evidenza drammatica in tal senso intensa, significhi autenticità di carattere e di ambienti…Inventando, durante la realizzazione il film stesso, inquadrature, movimenti di macchina, positura e azione dei personaggi, disposizione degli oggetti, effetti di luce e di suono, riservandosi poi in sede di montaggio, la definitiva composizione dell’opera, cui darà quel ritmo che dal montaggio nasce e che, durante la ripresa, è almeno preveduto nei suoi dati essenziali. Un nome? Flaherty, è chiaro!"6.

L’antropologia dei sensi ha il merito di aver messo in discussione “l’assolutismo fenomenologico” ovvero la neutralità della percezione sensoriale. Questo ha fatto emergere il carattere della mediazione, individuale o culturale che sia, della percezione. Il principio della centralità, o presunta tale, dell´oggettività della percezione visiva è stato abbandonato ormai ma ancora centro di discussione antropologica. In antropologia esiste la dicotomia fra prospettiva emica ed etica come individua il linguista Kenneth Pike. Fonemico versus fonetico: due alternative di ricerca diverse e contrapposte. Secondo Harvin Harris la prospettiva emica é coerente ai soggetti agenti, reale ed adeguata a loro e non valida se in contrasto con il loro sistema logico-cognitivo. La prospettiva etica si fonda sulla verità degli osservatori scientifici e individuabili dagli stessi. Improbabile e difficile separare le due prospettive poiché si rischierebbe di attribuire la verità/realtà ad un domino esclusivo dello scienziato senza lasciare spazio a quella emica e senza che interagiscano tra loro, ignorando in questo modo l´approccio olistico teorizzato da Gregory Bateson.

L’oggettivitá della percezione visiva è il tema principale del metodo dell'etnografia. La ricerca antropologica da subito accolse la naturalità della percezione visiva che Malinowski chiamó “osservazione partecipante”, fino a dar voce all’ osservato stesso, guardando il mondo con i suoi stessi occhi.


Note:

1. Pennacini Cecilia, Filmare le culture,Carrocci, Roma, 2005, pag. 26
2. Marazzi Antonio, Antroplogia della visione, Carrocci, 2006, pag. 29
3. Ivi, pag. 41
4. Mast and Cohen, Film Theory and Criticism, Oxford University Press, 1979, pag. 4-5, tradotto da Angelo Argenziano
5. Ibidem, pag. 5, tradotto da Angelo Argenziano
6. Francesco Pasinetti in “Cinema” nr. 153, 10 Novembre 1942

di Angelo Argenziano [Visita la sua tesi »]

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