Andremo in città (1966)

Film sull'olocausto. Deportazione e zingari

andremo

Nelo Risi adatta il romanzo omonimo della moglie Edith Bruck, ungherese sopravvissuta ai campi di concentramento che si stabilì in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale e iniziò a mettere per scritto le sue esperienze. Si parla di deportazione di zingari, non solo ebrei: particolare importantissimo e spesso dimenticato.

"Il film narra la storia di Lenka (interpretata da una giovane e dolce Geraldine Chaplin) che vive insieme al fratellino Miscia, di cinque anni, in un paese di provincia in Jugoslavia.
La madre ortodossa è morta e il padre, un maestro elementare ebreo, è stato arrestato al momento dell’occupazione tedesca, internato in un campo di concentramento e dato ufficialmente per morto.
Ratko Vitas, il padre, invece è ancora vivo e, ritornato improvvisamente a casa, è costretto a nascondersi nella soffitta, accudito dolcemente dalla figlia, ma sarà ucciso dai soldati nazisti, quando esce allo scoperto.
Tra i vari personaggi abbiamo, poi, Ivan, un giovane studente del quale Lenka è innamorata e che vive con i partigiani nel bosco, il merciaio Jako, ebreo che aiuta Lenka a sopravvivere dandole dei soldi, il dottore, amico di famiglia che non riesce però a salvarla dai nazisti, il signor Catanski, un benestante del paese che non aiuta Ratko e la sua famiglia a nascondersi.
Il film presenta alcune differenze rispetto alle pellicole italiane precedenti: innanzi tutto, anche se pure in questo caso non si affronta la Shoah in tutti i suoi aspetti (leggi razziali, deportazione, campo di concentramento e “soluzione finale”) in modo esplicito, si parla di deportazione e, per la prima volta, non solo degli ebrei, ma anche degli zingari (anch’essi perseguitati dai nazisti, così come gli omosessuali, i malati di mente e i criminali).
La vera novità, tuttavia, sta nel modo di raccontare gli eventi da parte di Lenka al fratellino Miscia: poiché egli è cieco, la sorella cerca di “attutire” la dura e tragica realtà narrandogli una favola.
Quarant’anni prima di Benigni, il regista Nelo Risi adotta la “commedia” come mezzo espressivo della tragedia, anche se, a differenza di La vita è bella, qui non ci sono molti aspetti ironici o un attore dalla vis comica innata come Benigni, e non c’è alcuna descrizione del campo di concentramento e della spietata logica nazista.
La sorella, però, attraverso la favola di una realtà serena permette al fratellino, ma anche a se stessa, di sognare e di sopravvivere, fino al giorno in cui i nazisti giungono a prenderli.
Nel treno che li conduce verso il lager, assieme a molti altri ebrei, c’è la sequenza più toccante e tragica di tutto il film: Lenka, visibilmente sempre più triste e preoccupata, descrive a Miscia un invisibile paesaggio e lo culla nell’illusione di un tranquillo futuro in città e di riacquistare la vista dopo l’operazione agli occhi. Sappiamo, purtroppo, che non è vero.
La pellicola ha riscosso un discreto successo, ma, in generale, in Italia c’è ancora difficoltà a parlare di guerra e Shoah, non a caso il film non è ambientato nel nostro Paese, ma in Jugoslavia, probabilmente anche per il fatto che tra le categorie perseguitate non c’è esclusivamente quella degli ebrei, ma anche quella riguardante gli zingari.
Interessanti, dal mio punto di vista, le recensioni trovate, rispettivamente del 1966 e 1967, a conferma della mentalità dell’Italia degli anni sessanta su un argomento delicato e tragico come la Shoah."

di Patrizia Tonin [Visita la sua tesi »]

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