Pi - Il teorema del delirio (Pi, 1998)

delirio

"Il protagonista è Max Cohen (Sean Gullette), matematico tanto geniale quanto eccentrico, sicuramente un talento promettente: pubblicazioni a sedici anni, dottorato a vent’anni, Max ha tutte le carte in regola per scoprire qualcosa di rivoluzionario. Vive recluso in un misero appartamento-laboratorio di Chinatown, con tre lucchetti aggiuntivi alla porta che lo ghettizzano dal mondo esterno.
Nella più completa alienazione dalle persone che lo circondano scopriamo che non ha infatti vita sociale, non ha amici. Inoltre è costretto a fare uso massiccio di antidolorifici poiché è afflitto da continue emicranie, insonnia e manie di persecuzione causate dall’aver guardato direttamente il sole a 9 anni. Ha votato la propria esistenza a scoprire il valore trascendente della matematica, e tutta la sua vita quotidiana è focalizzata alla ricerca di questo valore mistico dei numeri che soggiacciono al reale, come un perfetto adepto della filosofia pitagorica.
I principi che regolano la sua esistenza sono semplici e ce ne rende partecipi in maniera esplicita: '(…) riaffermo le mie assunzioni. Primo. La matematica è il linguaggio della natura. Secondo. Ogni cosa attorno a noi può essere rappresentata e spiegata attraverso i numeri. Terzo. Tracciando un grafico di questi numeri è possibile fare emergere dei modelli. Perciò ovunque in natura esistono dei modelli'.
Sulla base di tali principi, il paranoico genio lavora sulla sequenza del ! cercando di descrivere un sistema che sia in grado di predire gli eventi. Il suo mentore, maestro e suo unico amico Sol Robenson (Mark Margolis) cerca di fargli comprendere che la vita è qualcosa di più della matematica. Nella scena del “goban”, gli propone, per convincerlo, una metafora del mondo. La tradizione giapponese considera la tavola del goban (una specie di scacchiera) come un micromondo.
All’apparenza elementare ed ordinato, presto il caos sopraggiunge posizionando le pietruzze bianche e nere: in questa dama giapponese si possono avere numerosissime possibilità (benché limitate) e l’ex matematico fa notare a Max come non ci siano mai state due partite uguali, “come i fiocchi di neve”. Ciò rappresenta naturalmente un modello del nostro universo dove regna il caos. Max tuttavia non condivide il rimprovero del vecchio Robenson poiché resta convinto che dietro a tutto ci sia uno schema, che lui intende trovare."

di Diego Monfredini [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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