Jean-Pierre Melville

..e la solitudine dell'eroe nel suo cinema

Per anni, nei libri di storia e critica del cinema è stato attribuito a Jean-Pierre Melville un ruolo di secondo piano, nonostante sia fondamentale la sua importanza nella riscrittura dei cliché del genere noir, come fondamentale fu il ruolo che ricoprì dalla fine degli anni Quaranta nel passaggio dal “Cinéma des papas” (come lo definiva François Truffaut) al cinema moderno della Nouvelle Vague. La sua carriera inizia verso la fine degli anni Quaranta con un film Le Silence de la mer, un vero capolavoro, che lo impose agli occhi del pubblico e della critica come un autore indipendente e anticonformista. Questa sua immagine lo accompagnerà per tutta la sua carriera, provocando sempre nell’ambiente del cinema delle reazioni estreme e contrastanti. Amato o profondamente odiato, Melville ha fin da subito dovuto lottare contro i pregiudizi di Sindacato, registi e critici, che vedevano in lui non un professionista, ma un semplice amatore che aveva imparato a fare cinema assistendo alle proiezioni dei film classici americani.
Molte furono le stroncature da parte dei critici, ma anche i più restii con il passare degli anni dovettero riconoscere la sua grande professionalità e la sua genialità nel raccontare un mondo, quello dei malviventi, e un tipo di eroe, il “truand”, che attinge ai clichè del noir americano per poi assumere delle connotazioni tutte legate alla visione della natura umana da parte del regista.
Melville ci racconta un universo costituito da due categorie di individui, il poliziotto e il malvivente, tanto vicini per comportamenti e metodi adottati, da fondersi per diventare complementari e necessari l’uno all’altro nella definizione della loro identità.
Con il maturarsi e il definirsi dello stile del regista questo mondo subisce un processo di astrazione, allontanandosi dalla realtà del milieu parigino, come il suo eroe subisce un processo di ascetizzazione, sostituendo ai valori propri del malvivente del noir americano, una solitudine e un cinismo mai raccontati con tale intensità ed efficacia.
Se in Bob, le flambeur (primo film noir girato da Melville nel 1955) ritroviamo ancora molti elementi riconducibili non soltanto ai cliché del noir americano, ma anche al polar francese, già con Le Doulos (1962) si avvia il processo di astrazione/ascetizzazione al quale si è accennato.
L’amicizia virile, il lavoro di squadra nell’organizzazione di un furto, l’“onestà” nei confronti dei propri complici, sembrano ancora dei valori molto forti e presenti nell’eroe melvilliano, ma già con Maurice Faugel, Silien e gli altri personaggi di Le Doulos, si comincia a delineare un tipo di eroe che con questi valori costruisce la propria immagine, tentando di celare la propria vera natura.
In particolare Maurice Faugel sarà l’emblema di questa doppia identità, nonostante in lui siano ancora molto presenti le influenze dell’eroe del noir americano. Rimarrà un perdente subdolo e diffidente, sopraffatto dagli eventi e incapace di essere padrone del proprio destino. Al contrario Silien, interpretato da un giovane Jean-Paul Belmondo, sarà il primo eroe nel quale si manifesteranno le caratteristiche dell’eroe melvilliano. Silien è un individuo ambiguo, sfuggente, solitario. Il suo ruolo nell’intreccio del film è tanto complesso e indecifrabile nella misura in cui il regista attraverso di esso tenta di depistare continuamente lo spettatore fornendo una serie di indizi che lo portano a crearsi un’immagine del personaggio che verrà più volte smentita. Questo si verifica perché Melville si diverte a definire l’eroe sulla base di un binomio che aiuterà a creare la necessaria ambiguità intorno ai suoi personaggi: profondità psicologica/ realizzazione di un semplice stereotipo. Lo spettatore avrà sempre così l’idea di trovarsi di fronte ad un individuo allo stesso tempo psicologicamente complesso ed evidentemente frutto di un cliché, non riuscendo mai a definirne precisamente la personalità.
Gli ambienti nei quali agisce Silien, riproducono le atmosfere del noir americano dimostrandoci da un lato la volontà del regista di distaccarsi da una specifica realtà parigina e dall’altro facendoci percepire una certa estraneità del personaggio a questi luoghi. Estraneità intesa non in quanto non- conoscenza (dato che questi eroi conoscono così bene la città da trasformarla in una sorta di labirinto nel quale riescono ad apparire e scomparire, diventando ancora più eterei ed inafferrabili), ma in quanto non-appartenenza ad una realtà che li vede presenti e assenti allo stesso tempo. Silien, Jef e gli altri eroi fumano, ordinano whisky e indossano la tipica divisa del vero duro del noir (di cui Humphrey Bogart è diventato l’incarnazione): l’impermeabile e il cappello, Ma se Marlowe o Sam Spade li indossano come semplici accessori, per l’eroe melvilliano si caricano di senso, assumendo la funzione di uniforme/corazza che legittima e fornisce le competenze necessarie per essere un eroe/asceta (così si è definito il personaggio raccontato da Melville). Non indossare l’uniforme vuol dire andare verso la sconfitta, ma vuol dire anche non usufruire di uno strumento che identifica e rende anonimi allo stesso tempo. Identifica perché definisce l’appartenenza ad una particolare categoria d’eroe, ma rende anonimi perché confonde i connotati dell’individuo. Proprio grazie a cappello e impermeabile, Jef (protagonista di Le Samouraï), potrà rendere vane le testimonianze dei clienti del “Martey’s”, il locale nel quale ha compiuto l’omicidio.
L’eroe melvilliano agisce al di sopra di tutto e di tutti. Non appartiene a nessuna delle categorie che costituiscono il mondo, ma le sfrutta entrambe per i propri obiettivi. Non ha sentimenti, non ha emozioni. Il suo cinismo lo porta a sfruttare i sentimenti della donna che gli è accanto per la perfezione del proprio lavoro. La perfezione del lavoro è l’unico valore che lo spinge ad agire, perché in essa sta la dimostrazione della sua onnipotenza e invincibilità. L’eroe melvilliano si pone nei confronti della realtà e degli altri come una specie di divinità, che manipola i destini ed impone la propria verità da accettare come assoluta. Per svolgere questo ruolo l’eroe acquisisce una sorta di dono dell’ubiquità che gli permette di essere ovunque e in nessun posto, di raccogliere informazioni su tutti senza manifestare il suo interesse ciò che accade ed un suo ipotetico coinvolgimento. Alla staticità e passività dell’eroe classico del noir, si oppongono quindi due prerogative imprescindibili dell’eroe del noir: dinamicità e verticalità. Silien, ad esempio, vaga per la città instancabilmente e in questo modo riesce ad assolvere il suo ruolo di Deus ex machina. Non ci verrà mai concesso di vederlo all’interno del suo appartamento o in una situazione di quotidianità come accade per gli altri personaggi, perché questo vorrebbe dire scoprire in lui le debolezze proprie della natura umana e quindi la sua vulnerabilità. L’eroe/asceta non è né debole né vulnerabile, se per qualche strana coincidenza si dovesse manifestare un momento di debolezza o la possibilità di una sconfitta, anche in questo caso, l’eroe riconferma la propria indistruttibilità scegliendo l’unica strada possibile per farlo: la strada della morte. Morte che nel noir classico era un’ennesima riconferma della debolezza dell’eroe, meschino e senza qualità, in questo caso si trasforma nell’espressione della volontà di un individuo che trascende dalla debolezza della natura umana, collocandosi in una dimensione che non ha più alcun legame con la realtà.

di Luisa Carretti [Visita la sua tesi »]

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