La storia siamo noi.
"La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana

''Il tempo non ci appartiene mai perché se ne va sempre''. Pino Corrias

Strano destino è stato quello di La meglio gioventù, magnifico romanzo familiare in forma cinematografica che attraversa gli ultimi trentacinque anni della storia italiana. Prodotto dalla Rai per la televisione, è rimasto mesi a prendere polvere nei magazzini. In tempi grami come i nostri, gli illuminati dirigenti di quella che dovrebbe essere la più importante azienda pubblica di promozione culturale del Paese, hanno ben pensato che un’opera così potente, commovente, intelligente e trascinante, potesse distrarci dalle soap opera vuote e infinite, le televendite pubblicitarie, le minigonne delle vallette, i telegiornali tutti uguali, la moda fatta passare per arte suprema e i superconduttori dal cervello raffinato con il petrolio.

Poi, però, è arrivato il Festival di Cannes, che ha avuto la lungimiranza di selezionare questo fondo di magazzino per la sezione competitiva Un certain regard. Un privilegio concesso raramente da un grande Festival a prodotti per la televisione di tale durata e toccato finora a maestri come Fassbinder (Berlin Alexanderplatz), Bergman (Fanny e Alexander), Kieslowski (Decalogo). Trionfo a Cannes e decisione di distribuire La meglio gioventù nei cinema, in due parti, ottenendo un riscontro di pubblico che ha avuto del clamoroso.
Un successo che si spiega con l’abilità di Giordana nel creare una narrazione che scalda il cuore e alimenta la luce di una crescita della nostra coscienza civile. Proponendo, in questo emozionante romanzo di formazione di un’intera generazione, non un punto di vista ideologico su un pezzo di storia del nostro Paese, ma, insieme, un rispecchiamento e un’aspirazione collettiva, una riflessione che si fa ricordo e sua interrogazione, disinganno e rimpianto, senso d’illusione e percezione di un’amara sconfitta.

Il film comincia nell’estate nel 1966 e racconta di un gruppo di amici della media borghesia romana. Notti a correre in Vespa, balli a Trastevere con le luminarie, approcci amorosi sulle note di canzoni che hanno segnato generazioni. Disoccupazione al 3%, esami all’università in giacca e cravatta. Primi viaggi all’estero, autostop in giro per l’Europa, hippy, Ginsberg, nudisti, altri mondi, ragazze disinibite. Ma anche industrie che crescono e inquinano, promovendo inedite coscienze ecologiche.
L’estate del 1966 è quella che decide le scelte per la vita di due fratelli, Nicola e Matteo, assi portanti di un affresco che intreccia, dietro vicende private, snodi importanti della recente storia italiana. L’incontro che segna la svolta delle loro esistenze è quello con Giorgia, affascinante ragazza con disturbi psichici. L’esperienza inciderà diversamente i due fratelli. Partiti dallo stesso mondo morale e culturale, Nicola diventerà un illuminato psichiatra basagliano, aperto al mondo e alla vita, idealista, gentile. Matteo, invece, si arruola nell’esercito, poi nella polizia, in un disperato scontroso bisogno di dare ordine alle cose, obbedire a delle regole e non decidere più.

Insieme si ritrovano tra gli “angeli del fango” durante la terribile alluvione fiorentina del 1966: l’uno nel volontariato internazionale, l’altro intruppato. Pasolinianamente contro (secondo il teorema di Valle Giulia) saranno, invece, sulle barricate della contestazione studentesca: Nicola l’intellettuale progressista, Matteo il celerino picchiatore. L’uno il doppio dell’altro: non a caso i loro destini saranno catalizzati, all’inizio e alla fine, dalle stesse figure femminili, Giorgia e Mirella.
Passano gli anni e una generazione si afferma. Si formano nuove famiglie, nascono figli, si susseguono le feste di matrimonio, le esperienze con la malattia, la perdita, la cognizione del dolore nell’incomprensione di sguardi sempre più lontani.
La fede in un cieco comunismo precipita il Paese nel terrorismo. Anni pesanti, crisi industriali, l’italica virtù di saper ridere anche nelle disgrazie, tra l’effimera rivoluzione morale di Tangentopoli e il becero fenomeno Lega che si afferma dalle piazze alle televisioni. Poi, l’urlo straziato della strage di Capaci. Giudici, scorte e preti che combattono una guerra di tutti, nella fotografia di un’Italia piena di chiaroscuri.
La meglio gioventù è anche la storia privata di famiglie che si riuniscono dopo tanto tempo. Capodanni a piangere da soli con la televisione accesa e la segreteria telefonica inserita. Silenzi e grida, ironie e tragedie, brava gente e scelte sbagliate. La disperazione del suicidio e la sua irresistibile assurdità. L’elaborazione del lutto e i sensi di colpa. L’incondivisibile libertà del morire e dell’uccidere. Il complesso passaggio di figli che diventano padri.
Finale con ritiro da ricchi in un’enorme villa nell’incantata campagna toscana. Passaggio del testimone a una prossima generazione di giovani, più pragmatici e con meno ideali, o ideologie, senza il mito e il dovere di una palingenesi collettiva della società.

Marco Tullio Giordana, come innamorato dei propri personaggi e di questa (sua stessa) storia, mette in scena tanti piccoli eroi borghesi che non si tirano indietro di fronte ai drammi che hanno attraversato il Paese: l’emergenza terrorismo, l’emergenza mafia, la fiducia nell’educare le generazioni future a non piombare in stati d’assedio privati e collettivi. In un’Italia in cui la gente legge libri, rispetta l’ambiente, lotta per le proprie passioni, in una trama che unisce un’ideale geografia umana e topografica del nostro Paese. Il contrario, insomma, di quello che siamo quotidianamente abituati a vedere, soprattutto nelle nostre (auto)rappresentazioni televisive.
Il titolo La meglio gioventù è una citazione pasoliniana1 . E’ lo stesso, infatti, di una raccolta di poesie in dialetto friulano pubblicata dallo scrittore, regista e saggista nel 1954. Il riferimento a Pasolini non è certo casuale, essendo stato il più lucido e appassionato cronista polemico dei mutamenti occorsi alla società italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta, quelli coperti dalla prima parte del film. Da Pasolini è stato poi profondamente segnato il regista Marco T. Giordana, rivelatosi al grande pubblico con il film Pasolini, un delitto italiano (1995). La cui sceneggiatura era stata scritta dagli stessi autori di La meglio gioventù:

Sandro Petraglia e Stefano Rulli, una coppia che ha segnato il miglior cinema italiano degli ultimi vent’anni2.
E’ lo stesso regista a chiarire la doppia chiave di lettura, storica e privata che fa da trama connettiva al film, l’irruzione casuale della grande storia nella piccola storia, una sorta di epopea del quotidiano:

Mi è sempre interessata la storia con la s minuscola. Penso che quanto più una storia è personale tanto più è avvincente e universale, perché ha la capacità di sorprendere, di mostrare degli aspetti diversi da quelli che conosciamo. Nel film gli avvenimenti sono sullo sfondo, caratterizzano un’epoca, come accade anche nella vita di tutti i giorni. Ci ricordiamo più facilmente la data del primo appuntamento, che quella in cui Mao ha fatto una relazione al Comitato Centrale. I pochi eventi storici raccontati in primo piano hanno un legame diretto con i personaggi [...]. Più che l’epopea collettiva, questo film racconta la fatica e la gioia della giovinezza, l’insoddisfazione di sé, i sentimenti assoluti che si vivono a quell’età, prima di tutto come individui3.

Alla fine, tutto si tiene nel corso delle quasi sei ore complessive di questo film corale, con un magnifico cast di attori. Tra cui spicca la gran classe recitativa di Adriana Asti e uno straordinario, per simpatia ed efficacia, Luigi Lo Cascio. Attraversato da indimenticabili canzoni è tutto il tessuto emotivo della pellicola, percorsa dall’appassionata Oblivion di Astor Piazzolla che illumina i passaggi più intensi della storia.
La meglio gioventù riprende, insomma, il filo delle grandi narrazioni. Ricordando Novecento di Bernardo Bertolucci o Heimat di Edgar Reitz. Ereditando l’impegno del miglior cinema italiano. Che, da Rocco e i suoi fratelli in poi, ha fatto scuola nelle saghe familiari del cinema mondiale.
Alla chiusura di ore di visione che scorrono senza alcuna fatica o cedimento, non si può che ammirare il talento registico di Marco T. Giordana. Che ha trasfigurato, con grazia e passione, un prodotto per la televisione in un intelligente e commovente trionfo di grande cinema.




Note:

1. Questa, a sua volta, rimanda a una canzone corale degli alpini in guerra (''Sul ponte di Perati bandiera nera, la meglio gioventù va sotto tera''), a una generazione di ragazzi falcidiati dall’orrore.
2. Insieme a Silvano Agosti e Marco Bellocchio hanno diretto Matti da slegare – Nessuno o tutti (1975), agghiacciante documentario di denuncia delle disumane condizioni in cui venivano tenuti i malati all’interno degli ospedali psichiatrici. Evidente, da qui, l’ispirazione per la missione del personaggio di Nicola in La meglio gioventù. Petraglia e Rulli hanno anche scritto sceneggiature per Moretti (il suo socio Angelo Barbagallo è il produttore di La meglio gioventù), Placido, Luchetti, Risi, Amelio, Bellocchio, i Taviani, Rosi, Faenza, Mazzacurati e Labate. Importante anche il lavoro per la televisione. Sono loro gli autori delle prime serie della Piovra, così come di Don Milani, Almost America e La vita che verrà. Quest’ultimo, diretto da Pasquale Pozzessere, costituisce una specie di raccordo tra Novecento di Bertolucci e La meglio gioventù, radicando la storia dei suoi protagonisti nelle vicende italiane che vanno dalla Liberazione fino alle Olimpiadi di Roma.
3. M. T. Giordana cit. in B. CORSI, Un cinema per tutte le stagioni, in ''Vivilcinema'', 3, 2002, p. 9.

di Davide Magnisi [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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