"Non è un paese per vecchi". Meditazioni sul cambiamento

Per cominciare, traduciamo bene il titolo del nuovo lavoro dei fratelli Coen, di cui volutamente parliamo adesso, a distanza di un mese dall’uscita, quasi a volerlo far maturare tra gli appunti presi nel nostro Moleskine, e quelli spontaneamente impressi nella memoria. Perché “Non è un paese per vecchi” non è l’esatta traduzione di “No country for old man”: ma “Non c’è un paese per i vecchi”. Ovvero, fin dal titolo, la netta affermazione del ruolo dello sceriffo magistralmente interpretato da Tommy Lee Jones. Per cui, il suo punto di vista, è certamente quello di spettatore che assiste all’inesorabile decadenza morale dell’America della frontiera. Ma l’esatta traduzione rivela che il mondo intero è America, ed è in preda ad un processo di cambiamento. Che non lascia spazio ai “vecchi”: a coloro che si sono opposti allo sfascio attraverso il proprio agire, ed adesso si ritrovano impotenti.
Tratto da un bel romanzo di Cormac McCarthy, il film racconta la storia di Llewelyn (Josh Brolin), che, durante una battuta di caccia, trova una valigetta zeppa di dollari, accanto ad un bel gruppetto di cadaveri, che presto scopre essere di narcotrafficanti. La valigetta, il suo possesso, sono il leit motive attorno al quale ruotano i vari personaggi del film: uno spietato ed asettico killer (un grandioso Javier Bardem) che uccide, spesso senza motivo, chi si trova di fronte; lo sceriffo; Llewelyn; ed il personaggio interpretato da Woody Harrelson, che ricerca la valigetta su incarico di un magnate texano.

Ciò che colpisce è innanzitutto l’uso dello spazio. I paesaggi desertici sono descritti in atmosfere crepuscolari ed imprevedibili. Domina una sensazione di attesa, spesso ottenuta attraverso inquadrature introduttive vuote, tese a determinare una conoscenza dello spazio “prima della vicenda” da parte dello spettatore, che ricordano Antonioni, ed il suo Zabriskie Point. La luce determina il resto: tramonto ed alba sono i momenti privilegiati. In questo senso, Fargo (1996), che consideriamo il più bel film dei fratelli Coen, ne è al contempo il contraltare ed il diretto anticipatore. Per l’uso insistito del paesaggio, come protagonista assoluto, ma in presenza della luce diurna, e del ghiaccio. Mentre le locations del nostro film sono sole che brucia, terra arida, e morte.

Come altri lavori dei Coen, il film parla di cinema, e attraverso la scelta di un Genere (il Western) affronta altre tematiche, solitamente “esterne”. Intanto l’uso insistito della violenza oltrepassa il Western classico, per abbracciare Peckinpah, Leone, e strizzare l’occhio a Tarantino ( la bella sequenza dell’inseguimento fuori dal motel, ad esempio). Utilizzando quello che è il perno centrale del Western – il concetto di frontiera, e non a caso il film è ambientato lungo il limes che corre tra il Texas ed il Messico - , i Coen affrontano altre frontiere: quella tra il bene ed il male, innanzitutto. Arrivando a mostrare come non esista l’assenza del male, ma solo un male minore, perché compiuto a fin di bene, o del ritorno all’ordine, rispetto alla pura violenza.
In realtà, come emerge da alcune interviste, tra i Generi che i Coen hanno voluto evidenziare, quasi fosse il “sottotesto” incluso nel romanzo di McCarthy, sta il Poliziesco.

La grande intuizione del film, oltre all’uso dell’umorismo macabro, cui siamo abituati, dato che costituisce una sorta di marchio di fabbrica dei fratelli Coen, è la tematica esistenziale che lo permea. Di fronte alla lunga serie di morti che lo costellano, condotte con assurda iterazione, tanto da perdere efficacia critica o meditativa, e da rientrare nella logica stessa della vicenda, sta l’amara consapevolezza dello sceriffo: l’invecchiamento. Il confronto con la propria mortalità. Che lo scava, nel volto rugoso come nell’anima, circondata di morte, e di morti. Spesso giovani, mentre lui, vecchio tra i giovani, è costretto a trascinare avanti un corpo che sempre più si fa carcassa, involucro svogliato che il mondo non accetta più, perso nei suoi mutamenti.

Resta il sogno. Anzi, il doppio sogno, che non a caso conclude bruscamente una vicenda controversa. Come al momento del risveglio, quando, al limite, resta un pugno chiuso, dentro al quale ci immaginiamo di stringere un oggetto che non c’è.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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