Epitaffio per Walerian Borowczyc

La scomparsa di Walerian Borowczyc, regista polacco dal cognome quasi impronunciabile (suona pressapoco boròfcik), così come ''innominabili'' risultano ancora oggi i suoi più famosi lavori, esige l'urgenza di un sentito omaggio, attraverso una ideale carrellata di percorrenza della sua Opera. Senza imporci troppo completezza e cronologia, visto che ''per puro caso esiste una cronologia delle mie opere, che ho sempre voluto fare (da sempre e tutte), non importa in che ordine pratico d'effettuazione''.
Borowczyc (o meglio, Boro, come lo chiamavano i suoi amici e collaboratori, ed anche noi d'ora innanzi) se confrontato con i grandi nomi che hanno fatto della Polonia una terra fertile di registi, deve essere avvicinato, per affinità e prospettive, ad autori ''centrifughi'' quali Skolimowski e Polanski, piuttosto che alla ''centripicità'' di Wajda, Zanussi, Munk, o dello stesso Kieslowski. Questo perché egli tende, indubbiamente, alla ricusa di una cinematografia nazionale tout court, preferendo scindersi da qualsiasi inglobamento, seguace unicamente della propria weltanschauung. Innegabilmente, questa, vicina ad una certa ''francesità'' che approfondiremo.
I suoi inizi sono interessanti: insieme a Jan Lenica realizza alcuni corti di animazione, dei quali ricordiamo C'era una volta (1957) e La casa (1958).
E' sul crinale degli anni'70 che incomincia a dirigere lungometraggi: Theatre de monsieur et madame Kabal (1967), Goto, l'ile d'amour (1968) e Blanche (1971). Tre film ''mitici'', specialmente Goto, ed in gran parte ancora sconosciuti al di fuori del territorio francese.
I Contes Immoraux (I racconti immorali di Borowczyc, 1973) ed il successivo La Bete (La Bestia, 1975), anche se tra i due ci sarebbe Storia di un peccato, ma il film viene distribuito successivamente, impongono Boro all'attenzione del grande pubblico, pur confinandolo in un preciso circuito, quello del cinema erotico tendente all'hard, che è un'etichetta assolutamente stretta ed imprecisa entro la quale racchiudere l'autore.
I due film erano stati concepiti dal regista come unicum: ovvero La Bete doveva essere il quinto episodio dei Contes. Il cinema Borowczyc da adesso acquista visibilità. Certo, tutto ha un prezzo, e se già il distributore francese aveva avuto l'idea di unire ai Contes un breve documentario, Una collection particulière, inventario di ''aggeggi'' sessuali girato precedentemente dallo stesso regista, in Italia viene stravolto l'ordine originale degli episodi, (che sarebbe La marea, Teresa Filosofa, Erzsébet Bàthory, Lucrezia Borgia), ed il documentario sopra citato viene corredato di un commento di Giuseppe Berto, spezzettato ed intercalato ai quattro episodi, in una completa aberrazione del senso, quasi esso fosse il leit motiv del film. Il resto lo fanno le affilate forbici della censura, che intervengono sugli episodi ad eliminare inquadrature o intere sequenze, ree di offendere il comune (?) senso del pudore e la religione cattolica (episodio di Lucrezia Borgia). La delicatissima struttura dei Contes, così armonica da non permettere il minimo intervento di ritocco, è perciò perduta. Anche se fortunatamente recuperata dalle ultime edizioni in DVD.
Il film sviluppa l'infrazione di quattro tabù: la fellatio, la masturbazione, il lesbismo, l'incesto. Si procede a ritroso, dal'900 del primo episodio al'400 dell'ultimo. E come si cade all'indietro nel vortice del tempo, siamo allo stesso modo risucchiati nel pozzo del peccato, e se Julie e Teresa, protagoniste dei primi due episodi, vedono solamente nascere il loro bisogno sessuale, ponendosi quindi a latere della depravazione (anzi, la violenza subita da Teresa alla fine dell'episodio la consegna alla posterità come martire, in una eccezionale scissione tra storia privata e pubblica), Erzsébet e Lucrezia sono le dubbie eroine di un mondo precipitato, di una sessualità colpevole, capace dell'omicidio e dell'incesto, benedetto, quest'ultimo per giunta, dalla massima autorità ecclesiastica. Definire tutto questo ''erotismo'', è svuotarlo di senso e di valore: almeno se il termine è utilizzato nell'accezione comune, popolare, di una cultura livellante che tende ad eguagliare i Contes, ed il successivo La Bete, a Gola Profonda, Malizia, Emmanuelle, o quant'altro di medesimo livello.
Quello di Boro è un erotismo alto: inteso come pulsione, ma anche come eterna lotta contro Thanathos, tra Ratio e Fantasia, tra Realtà e Sogno. Un erotismo ''a contatto'', come è stato definito da Caprara, perché ''ha bisogno del contatto continuo col décor, con l'accessorio, con lo strumento, col segnale oggetto, con la materia molecolare degli ambienti''. Ed allora, se proprio dei riferimenti vogliamo darne, cerchiamone altri, più nobili: e non sarà difficile, per restare al solo campo della settima arte, accorgersi di uno stesso torbido erotismo pulsante, che travolge e sconquassa, e che lega Boro a Georg Pabst, la sua Lulu (1928) a Teresa Filosofa. Non a caso, nel 1980, Boro gira un remake di questo film. Per non parlare dell'erotismo onirico del grande Luis Bunuel, la misteriosa scatola dei piaceri del cliente di Bella di giorno (1967) forse aperta direttamente dal nostro autore in almeno due episodi del film. E nei Contes il sesso odora di morte: Erzsébet uccide le sue vittime, e si immerge nel loro sangue, bagno di (im)purificazione. Come non vedervi un commento, una citazione a livello di fiction (anche se ognuno degli episodi è tratto da storie reali) alle ultime pagine del saggio sull'erotismo di Bataille? Le sconvolgenti fotografie di donne nude torturate ed uccise, viste dall'autore francese come culmine dell'erotismo stesso? Borowczyc descrive l'intera gamma dell'immoralità, e giunge al parossismo: nella massima degenerazione il piacere sessuale ha il volto della morte. Come ci dirà Pasolini due anni più tardi nel suo Salò. Lo stesso anno nel quale Boro completa la sua rassegna con La Bete, indagine intorno alla zoofilia, il peccato più grande, rimasto escluso dalla precedente opera. L'elemento surreale, forse un poco costretto fino ad adesso, esplode: Buñuel è direttamente citato, nella rappresentazione della borghesia e del clero, e soprattutto nell'ironica situazione dei due servi che non riescono mai a concludere un rapporto sessuale, perché disturbati da eventi collaterali. Se era impossibile mangiare per i borghesi de Le charme discret de la bourgeoisie (1972), è altrettanto impossibile adesso far sesso ai loro sottoposti, anche se questi non sono vittime della pruderie assurda che porta i loro padroni a sostituire la falsa oscenità del sesso con la presunta pudicizia del cibo.
La Bete è la riproposta del mito della Bestia di Gèvaudan, ma anche della Bella e la Bestia, nonché di King Kong, tutti archetipi che nascondono una derivazione sessuale. La vicenda si muove su due piani temporali: i nostri giorni, quando il marchese de l'Esperance combina il matrimonio del figlio Mathurin, goffo, peloso, e con una mano misteriosamente fasciata, con Lucy, figlia di un amico, e ricca ereditiera; il passato della famiglia: duecento anni prima la marchesa de l'Esperance ha combattuto ed ucciso una bestia orribile nel parco del palazzo. Sarà l'esperienza onirica - veicolo privilegiato dai surrealisti - a permettere a Lucy, distesa sul letto ed eccitata da una rosa, strumento di voluttà spesso associato all'organo femminile, e dalla fotografia della monta dei cavalli, di vedere il reale corso dei fatti: la marchesa, in realtà posseduta dalla bestia, l'ha uccisa di piacere. Il crinale del sogno è continuamente attraversato, e come il rapporto sessuale dei servi, anche l'esperienza onirica, odissea erotica dello spettatore, viene più volte interrotta: e si vola, senza mai poggiare i piedi a terra, fino al risveglio di Lucy, che troverà accanto a sé morto il promesso sposo. Come ebbe a osservare Kezich, ''con il suo sogno, che è davvero la soddisfazione di un oscuro desiderio come insegna Freud, Lucy uccide Mathurin nel sonno: simbolo di una animalità innocente che ogni giorno noi civilizzati contribuiamo a mortificare e a distruggere''.

Il resto sono altri sette film, alcuni dei quali già citati, altri importanti, come Interno di un convento (1978). Ed un lungo periodo di silenzio, visto che Boro non girava oramai un film da 19 anni.

Ma soprattutto immagini indelebili, la raffinatezza degli ambienti, della mobilia, per il décor, in quanto ''se un mobile non partecipa all'articolazione del décor, è una possibilità perduta''. La ricerca intorno al mistero dello sguardo: che ci trasforma, e ci consegna le chiavi del tempo, in quanto ''l'occhio non ancora esaurito vuole continuare a guardare l'amore per rivivere i propri desideri''. E quanta pochezza, allora, nel classificare il pubblico di Boro una selva di voyeur.

Ci sentiamo un po’ tutti orfani della tua fantasia, Boro.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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