Chi ha paura di "Il caimano?" Viaggio nell’italietta di Moretti

Berlusconi e la storia del costume italiano. Crisi di famiglia e politica

Una caravella in legno, caricata sul rimorchio di un grande camion, è trasportata, lenta e silenziosa, lungo le ampie strade notturne di Roma: dall’Eur verso il mare. L’arancio dei lampioni la illumina strana, mentre le andiamo dietro all’interno di un auto: il suo conducente si trova a metà strada tra il rapito e la curiosità, e la sta seguendo per comprendere.
Questa straordinaria scena, che potrebbe essere stata estrapolata da uno qualsiasi dei film che Federico Fellini avrebbe potuto fare, se fosse certo vissuto più a lungo, ma soprattutto se qualche produttore lo avesse un poco più sostenuto, negli ultimi anni della sua vita, è in realtà tratta dall’ultimo lavoro di Nanni Moretti, Il caimano. Che, lasciatemelo dire, è un gran bel film. E che, lasciatemelo dichiarare, merita di essere veduto: in qualunque modo voi – politicamente - la pensiate.
E così, magari, potrete concludere che è un bel film anche perché parla del nostro Presidente del Consiglio. Oppure, al contrario, che è un bel film nonostante parli dello stesso. Ma, lasciatemelo ancora dire, andate a vederlo. Cercherò di spiegarvene i motivi, rispettando il clima di par condicio impostomi da questi ultimi giorni di serrata campagna elettorale. Associandomi alla spontanea ed ironica dichiarazione di Moretti letta da Fabio Fazio alcuni giorni fa, cioè la mia assoluta non volontà di influenzare alcun voto.
Intanto, Il caimano è un film su una crisi: matrimoniale in primis, ma che da subito si invera come limpida metafora della nostra profonda crisi sociale. Bruno e la moglie (Silvio Orlando e Margherita Buy, al meglio delle loro interpretazioni – la Buy per una volta lontana da personaggi depressi ed ansiosi) – sono una coppia oramai alla deriva. La loro crisi è già in dirittura di arrivo all’inizio del film. Cercano di ricucire uno strappo enorme per i loro due piccoli figli: ma la vita cammina verso altre direzioni, che, per nessuno di loro, (ma anche di noi, visto che è della nostra “italietta” che il film parla) porteranno più felicità.
Moretti ce lo dice attraverso la fragrante metafora dell’intera famiglia occupata nella ricerca di un pezzo preciso del Lego: ce ne sono troppi altri simili sparsi sul pavimento, ma uno solo è quello giusto, che, naturalmente, non sarà mai ritrovato. Come il tassello scomparso di un puzzle che, se completato, avrebbe il potere di riappacificare i genitori. E di regalare a padri e figli la letizia che anelano.
Ed è, quella dei bambini, una presenza mai gratuita: come altre volte in Moretti, la loro è una coscienza critica in atto, tesa a sottolineare le altrui mancanze: di una madre che pare essere la più forte, ma delega il marito a dare loro una spiegazione della crisi che attraversano; di un padre che ha ancora il coraggio e la forza di saper parlare con i figli, ma a patto di illuderli con la lunga fiaba politica che ogni sera li addormenta. Ma anche del cinema del padre, e del cinema dei padri in genere.
Tutto ciò è in perfetta consonanza con il Moretti più intimista, volutamente metaforico e per niente ammiccante, sulla scia di La messa è finita e, naturalmente, La stanza del figlio. E i figli, frutti tristi di un’Italia disastrata, hanno già intuìto, i loro genitori si separeranno, e niente sarà più come prima.
La scena che mostra l’appuntamento dei due ex coniugi con il notaio, per vendere la loro casa, ci apre al miglior Moretti di sempre: quello dei piccoli gesti, taciti ed eloquenti. Ed allora i due si stringono per un attimo la mano, arrestando le parole dell’uomo. Poi, usciti, “liberi finalmente e non saper che fare”, giocano come due bambini, sorpassandosi alternativamente con le loro automobili. Ma è un ultimo sprazzo di una felicità lontana: ci si sorpassa, ma poi inevitabilmente ci si supera, e ci si perde: la Buy si darà ad un altro uomo, Orlando si rifugerà nella precarietà del suo lavoro.
Poi c’è il cinema: tanto cinema. Tanto che la presenza di Fellini, in realtà, c’è, ed è ben maggiore, nella scelta di fare di Bruno un regista in crisi.
Il film di Moretti inizia con una esilarante scena tratta – ma lo sapremo poi – da uno dei B movie girati nel passato da Bruno, il mitico Cataratte, primo di una serie di titoli gustosi, tra i quali Mocassini assassini e, last but not least, Maciste contro Freud. In una casa del Popolo si celebra un matrimonio maoista: è Paolo Virzì ad officiarlo.
L’eroina, la stessa delle fiabe ai figli, interpretata da Margherita Buy, interviene a distruggere manifesti e sogni. Dunque un film che inizia con le immagini di un altro film senza dirlo allo spettatore. Virzì, il regista, non è l’unico uomo di cinema ad apparire in un gustoso cammeo: ce ne sono molti altri, da Mazzacurati, a Garrone, a Sorrentino. Ed ancora, da Michele Placido alla stessa Buy, molti sono gli attori che nel film interpretano ruoli di attori, spesso citando loro stessi.
Tutto questo parlare di cinema, se in realtà, insieme con la costruzione narrativa in accumulazione, e dunque non proprio lineare, potrebbe confondere qualche spettatore, come ha notato Kezich, in realtà ha un motivo ed una importanza ben precisa. Perché – ad arriviamo alla politica, a Silvio Berlusconi, alla sinistra – Il Caimano stesso, che dà il titolo al film, non è solamente l’animale cui Moretti accosta per somiglianza il nostro Presidente del Consiglio, ma anche il titolo del film che una giovane e combattiva aspirante regista (Jasmine Trinca) propone a Bruno: un film, appunto, su Silvio Berlusconi.
Prendendo a prestito le famose parole di Metz su 8 ½, accade che anche Il caimano è un film su un film (ancora Il caimano). Ma anche un film sulla difficoltà di realizzarlo, questo film, perché non gradito al Potere. Moretti ci parla così delle difficoltà e della crisi del sistema-cinema, incapace oggi di ritagliarsi uno spazio ed un evento propri, e motiva il recupero del passato (la gustosa scena della rassegna sul cinema di Bruno, presentata da Tatti Sanguineti) come contraltare allo sbandamento presente.
Veniamo alla politica: lo dicevo all’inizio, che Il Caimano è un film da vedere. Chiariamo che non è affatto mera propaganda antiberlusconinana, come altre ne sono uscite in questi giorni. Intanto perché su di lui non dice niente di nuovo, almeno riguardo alle accuse, più o meno reali, non sta a noi dirlo: la valigiona di banconote che piove dal cielo, è forse la più bella metafora di questo.
La novità sta, intanto, nel coinvolgere la sinistra nello stesso calderone: perché ha sottovalutato, a tempo debito, l’impegno politico del Cavaliere, o perché ha fatto della sua demonizzazione l’unico proprio reale collante. E’ ancora vicino il Moretti del “D’Alema, dì una cosa di sinistra”, quello che a Mollica ha dichiarato “questo è un film contro Berlusconi ma anche contro la sinistra che ha sottovalutato la sua discesa in campo”, e che oggi fa definire al polacco amico di Bruno il nostro bel paese “italietta”: una scena che non a caso si svolge in una piscina, e richiama la frequente costruzione morettiana del film-acquario, quello dal quale non si esce, come d’altronde anche la locandina del film fa capire.
Berlusconi ha già vinto, ci dice Moretti, perché per più di 20 anni ha perlomeno mutato la storia e il costume italiano, e ciò che è veramente nuovo è il ritratto di un uomo soggiogato dal suo stesso ego, un alterCitizen Kane.
Lungo il film appaiono ben 4 diversi volti del Caimano: intanto Elio De Capitani, che lo interpreta nei momenti di lettura della sceneggiatura, mentre Bruno e Jasmine immaginano il film che sarà. Poi Nanni Moretti, che rifiuta la parte, perché, in una curiosa autocritica, sostiene che “bisogna fare solo commedie”.
Quindi Michele Placido, attore navigato e sinistrorso, fedele alla lezione di Gian Maria Volontè, preoccupato di non dover rendere il suo personaggio totalmente antipatico. Per poi lasciare la parte, fingendo una crisi familiare, ed accettando invece il ruolo di Colombo in una serie prodotta da De Laurenti: fertile j’accuse ad una sinistra silenziosamente intellettuale e lontana da girotondi e prese di posizione, forse tacitamente collaborazionista. E poi, naturalmente, c’è Berlusconi, quello vero, in due passaggi televisivi, tra i quali quello di Strasburgo: certo, passaggi “storici”, ma comunque già visti, risaputi. Non sensazionali.
Con la stessa improvvisa sorpresa di 8 ½, anche Il caimano, film nel film, dopo mille problemi e dubbi si farà. Con pochi i soldi, ma tanta voglia di dire: ed una sola scena da girare, l’ultima udienza del processo contro Berlusconi. Ed è qui che Moretti, con un finale oltretutto variato rispetto alla sceneggiatura originale, come ci ha confermato De Capitani, inventa qualcosa di inaudito, una sorta di altro film, visto che la vicenda che stavamo seguendo si è già conclusa con l’avvio delle riprese de Il caimano.
Berlusconi-Moretti, dopo la condanna a 7 anni, si allontana sulla sua auto blu, ed invita il popolo alla resistenza: un golpe chiude il film, tra Goya e la fantasia, ed il critico humor nero di una sollevazione popolare a favore del Premier. Lasciamo allo spettatore la facoltà di decidere tra un Berlusconi-Pinochet, o una nuova e profonda accusa alla sinistra, oramai orfana anche del “suo” amato popolo.
Osservava Confucio: “Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la capisca”.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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