David Cronenberg

La nuova carne

Nell’articolo seguente abbiamo voluto rilevare il filo conduttore che lega le opere della prima fase della produzione cronenberghiana. Concentrandoci su quelle tematiche, concernenti la mutazione e il corpo, che caratterizzano il cosiddetto periodo post-human, abbiamo voluto mostrare come David Cronenberg possa considerarsi uno dei capostipiti del movimento artistico nato e sviluppatosi verso la fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90. Per questo abbiamo preferito spostare l’attenzione su determinati argomenti, soffermando la nostra analisi sulla produzione di quegli anni. Non ci siamo dunque occupati degli ultimi film del regista, sicuramente importanti e, a nostro avviso, molto riusciti - soprattutto La promessa dell’assassino, in cui è addirittura raggiunto, sfiorato se non eguagliato, il livello artistico di Inseparabili, altro film di cui purtroppo non abbiamo avuto modo di trattare, ma che merita di essere qui menzionato – e abbiamo privilegiato le opere marcatamente post-umane o comunque di stampo freudiano.
David Cronenberg nasce a Toronto nel 1943; mostra subito un forte interesse per le scienze naturali e per la produzione letteraria. Comincia ad accostarsi al cinema attraverso le riprese di una serie televisiva canadese, alcuni corti, e nel 1975 realizza quello che viene considerato il suo primo film di successo Shivers (Il demone sotto la pelle). Nel cast spicca la famosa attrice Barbara Steel già nota per la sua collaborazione, soprattutto negli anni ‘60, con alcuni registi di film horror (per esempio l’italiano Mario Bava - La maschera del demonio - ). La pellicola di Cronenberg è di notevole interesse perché già anticipa le tematiche successive, di cui si servirà per gran parte della sua produzione: sessualità perversa, elementi splatter- orrorifici, mutazioni, linguaggio espressivo e carnale. Fin dal suo esordio il regista mette in scena una visione inconscia, freudiana, del reale: gli uomini sono concepiti quali organismi pulsionali, alimentati dall’energia libidica pronta ad esplodere. Nel film infatti l’ambiente claustrofobico e soffocante di un residence diviene metafora dell’ego, quale involucro opprimente e repressivo.
Ancora più esplicito è il richiamo a Freud in Rabid sete di sangue (1976), dove la protagonista Rose (la porno-attrice Marilyn Chambers), affetta da una vampiresca mutazione, viene colta con un libro del noto psicanalista sottobraccio. L’argomento è sempre lo stesso: il corpo umano è la sede di uno slancio organico la cui proliferazione è difficile da contenere. Basta una piccola mutazione, qualche reazione chimica nei tessuti a legittimare uno sviluppo ipertrofico della carne; questo cambiamento è inevitabilmente accompagnato da un violento risveglio dell’istintualità più bassa ed animale. L’uomo racchiude nel suo inconscio una potenza distruttiva dalla portata devastante, se questo potere viene liberato gli esiti possono essere catastrofici. Scanners (1981) è un ottimo esempio della trasformazione dell’uomo in vera e propria arma vivente. Tuttavia qui c’è qualcos’altro, qualcosa di nuovo. Il potere della carne è divenuto ora potere della mente, la possibilità di interagire con gli altri e il mondo si estende oltre il proprio corpo. Alterare le relazioni degli uomini con la sola forza del pensiero dunque, intervenire direttamente sulla realtà modificando il corso degli eventi attraverso la telepatia. Sorge spontaneo il riferimento a La zona morta (1983), tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King: qui la carne viene abbandonata, ma solo temporaneamente, e l’attenzione del regista si sposta appunto verso la sfera della psiche. In compenso il tema dell’identità è ormai alle porte (verrà poi approfondito in Inseparabili, 1988, M.Butterfly, 1993, Spider, 2002, A history of violence, 2005).
Ma poteva un regista come questo reprimere a lungo la propria vocazione verso l’organico e la carne? Dopo un periodo di pausa in cui si concentra su tematiche di stampo narrativo, accantonando temporaneamente l’interesse verso l’estetica della mutazione, quest’ultima ritorna con maggiore potenza ed un’intensa carica distruttiva.
Videodrome (di cui lo stesso Cronenberg farà una sorta di remake con Existenz, 1999), del 1983, mette in scena una carneficina da macelleria. Torna alla ribalta la modificazione incontrollata della carne. Con questo film viene a delinearsi una vera e propria poetica del regista. La storia racconta il viaggio allucinato tra realtà e finzione di Max Renn (James Woods), frustrato proprietario di una tv locale, che un giorno intercetta casualmente la trasmissione sado-maso videodrome. Questa lo getterà in un nuovo mondo d’immagini che come un cancro lacereranno il suo corpo verso una rinascita carnale, battezzata con il fuoco e con il sangue. Nel 1986 realizza uno dei suoi film più conosciuti, che contribuisce a fomentare la crescente fama internazionale dell’autore: La mosca (The fly), vera e propria trasposizione cinematografica della metamorfosi kafkiana, adattata però al contesto contemporaneo. Fondamentale infatti è qui l’intervento della scienza che sviluppa ulteriormente il discorso post-human introdotto esplicitamente da Videodrome, ed ulteriormente sviluppato in Crash (1996, film tratto dal libro di J. G. Ballard), dove il sodalizio consustanziale tra carne e metallo è celebrato durante tutta la pellicola fino all’ultima scena, in cui l’appuntamento definitivo con Thanatos è rimandato ancora una volta, sospeso dall’eccitazione illimitata dell’amplesso (“maybe the next time, maybe the next time...”).
Ora l’immagine è distorta, la narrazione spezzata; la visione si contorce, si avvinghia e si aggroviglia su se stessa nel parto allucinato di Naked lunch (Il pasto nudo, 1991), uno dei film più riusciti e complessi (com’è giusto che sia considerando la fonte da cui è tratto: l’omonimo libro di W.Burroughs). Qui l’inconscio si manifesta in tutto il suo orrore. La macchina da scrivere di uno scrittore, alter-ego di Burroughs (e forse anche di Cronenberg?), si trasforma in un enorme scarafaggio che parla tramite un ano trasudante posto sul dorso; come una figura guida, degna di ogni discesa agli inferi che si rispetti, esso indica la strada verso l’interzona. Inutile trovare una logica razionale alla voce dell’ ES, il quale è per definizione alogico ed irrazionale. Inutile inoltre sperare di tornare indietro dalle zone oscure della psiche, perché inesorabilmente ciò che è passato si ripresenterà alle porte con violenza.
Se le pulsioni di vita e quelle di morte ci guidano, a nostra insaputa, nella remota dimensione dell’immagine e del sogno, al risveglio quella che noi crediamo essere la voce della ragione sembra sussurrare: “arrivate dove volete, purché lo facciate con dolcezza”, ma in realtà questa è solo una forma sublimata di un grido lacerante. Gloria e vita alla nuova carne.

di Sebastiano Pirotta [Visita la sua tesi »]

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