Uso della luce, Jean e Auguste Renoir in "Ossessione" di Visconti

"Se è vero come diceva sempre Federico Fellini che "Il film si scrive con la luce" e che lo stile di un autentico cineasta si esprime con la luce, Luchino Visconti ne è sicuramente un grande esempio.
Già con il suo primo lungometraggio, Ossessione, Visconti effettua una rottura con il cinema precedente attraverso nuove scelte formali (la fotografia, le ambientazioni), e dal momento in cui scorrono le prime immagini dall'interno del camion, con la strada bianca e assolata, già il regista dichiara - attraverso una esplicita citazione delle scene iniziali dell'Angelo del male (La béte humaine, 1938) di Renoir - la sua iscrizione all'interno di una precisa tradizione culturale, ideologica e cinematografica: quella realista.
Qui la luce crea movimento, non contrasto, vale in sé e non contrapposta alle tenebre come nel cinema espressionista, qui è il grigio che ci dà la luce in movimento.
Inoltre, le scene d’interni appaiono molto buie: l’unica illuminazione è quella che sembra sprigionare dal viso degli attori. Questo tipo d’illuminazione è un richiamo non tanto alla pittura iconica (le pitture sacre del duecento e del trecento illuminano il viso attraverso la presenza dell’aureola), ma alla ritrattistica impressionista.
Infatti, come detto, Visconti durante la collaborazione con Jean Renoir poté ammirare dal vivo i quadri del padre del regista, Auguste Renoir. Visconti non utilizza la tecnica in auge nel cinema hollywoodiano degli anni venti in cui la figura umana tendeva ad appiattirsi a causa dell’alone di luce utilizzato per presentare il volto dei divi; al contrario, i personaggi viscontiani non assumono fattezze divine, rimangono pur sempre dei personaggi umili.
Ma attraverso la luce, il regista fa in modo che qualsiasi cosa venga illuminata diventi protagonista, acquisisca valore di per sé."

Riflessi ed echi pittorici nel cinema di Luchino Visconti

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