Poetica e immagini in "Il giardino delle vergini suicide"

La trasposizione del romanzo di Eugenides ha richiesto una delicatezza e una sensibilità che Sofia Coppola ha saputo dosare con intelligenza e con uno stile capace di rievocare la coinvolgente immedesimazione del lettore del libro. Ne parla Francesca Arangio nella sua tesi sulla figura dell'identità e le strategie narrative della regista.

"Il romanzo di Eugenides presenta dei caratteri molto interessanti a cui la regista è riuscita a dare forma nella pellicola.
Lo stesso autore aveva definito il suo libro impossibile da filmare e, invece, lontano da ogni aspettativa Sofia Coppola ha reso possibile una trasposizione cinematografica di un racconto che non è un giallo ma neanche un libro di memorie; una scrittura che coniuga poesia ed espressioni molto crude (anche all’interno di uno stesso paragrafo) e che, infine, è molto attento ai particolari e descrive tutti i campi sensoriali (odori, profumi, suoni, rumori) così minuziosamente che il lettore si sente parte integrante della scena.
Il coinvolgimento, inoltre, è sottolineato anche dall’uso frequente del pronome “noi” sia sottolinea sia l’esperienza collettiva che il ricordo degli avvenimenti distorto dalla nostalgia. Fedelmente al romanzo, anche nella pellicola i ragazzi osservano da lontano la vita delle fanciulle, senza esserne mai partecipi: quando ormai sembra che le sorelle siano diventate irraggiungibili, recluse in casa, queste si mettono in contatto con loro.
A quel punto i ragazzi vorrebbero salvarle; si presentano a casa Lisbon perché le ragazze hanno fatto credere di voler scappare con loro. In realtà, la loro vera via di fuga è la morte."

Smarrimento identitario nel cinema di Sofia Coppola: segni, simboli, suoni, visioni

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