2046 (2004)

Saremo, nel 2046, più felici?

“L’amore è tutta una questione di tempismo”
(Wong Kar-wai)

La domanda del titolo, come forse può apparire ovvio a chi conosce il cinema di Wong Kar-Wai, non trova risposta nel suo nuovo meraviglioso film, 2046 appunto.
Dopo la perfezione geometrica e la rarefazione di In The Mood For Love, Wong cambia stile e, in parte, varia i contenuti ma non si snatura e (ci) parla, sempre e comunque, dell’amore. Amore proteiforme perché eterno, modificabile nelle forme ma immutabile nella sostanza, coacervo di felicità inenarrabili e di cocenti amarezze. Fiamme e vampe di passione, in un 2046 ignoto e disposto al sogno, destinazione (ideale) di treni mentali e (reale) di un Paese dalla vita pulsante ma dissonante, sballottato dai casi della Storia così come, sventrati dalle passioni e dai desideri, sono i personaggi di Wong.
Film, questo 2046, che dividerà e ha già diviso, poiché Wong non si rispetta e non rispetta quelli che avevano amato il suo precedente opus: là il non detto e la frustrazione delle tenerezze corrisposte ma eticamente impossibili/inaccettabili, qua la chiacchiera hollywoodiana da hardboiled e il cinismo disincantato di esseri umani che, non compresi i sentimenti né la loro sistematizzazione, ne vituperano persino il ricordo. Il personaggio, il giornalista Chow ora pure scrittore e in lieve crisi artistica, eppure è lo stesso, e non sono passati che tre anni dal 1963 in cui, in maniera tacitamente disperata, si chiudeva In The Mood For Love.
Cos’è cambiato? cos’è successo, frattanto? Non bisogna chiederselo così come non bisogna aspettarsi un seguito (con tutte le conseguenze che questa parola, naturalmente, implica): da raffinato metteur en scene quale è, Wong non dispiega mai una soluzione e si abbandona, e noi giocoforza con lui, a una riflessione, o meglio a una rappresentazione che implicitamente accoglie una riflessione, sul tempo che passa (perduto, sì, ma anche da perdere), sulla memoria, sul ricordo, sul senso dell’evanescenza delle nostre esistenze, sul mondo che è eterno femmineo, ‘casto e divo’, remoto e futuribile, fragile, salmastro (il sale delle lacrime piante e da piangere), di porcellana.
Lo stile, dunque, stavolta non si impenna ma, anzi, va semmai a infangarsi nella messinscena, cerca l’intoppo cronologico e le pastoie del ritmo più ipnagogico possibile (come Magrelli sulle pagine di FilmTv ha brillantemente suggerito). Stilisticamente, non si avverte il bisogno di chiarezza, fra andirivieni temporali, ellissi, flashback e jump cut: è giusto immergersi fin da subito nella sublime liquidità di un film che scorre e non sa dove andare, lasciandosi libero e aperto a tutte le soluzioni.
Arie melliflue – da Casta diva a Siboney – favoriscono la dispersione e il disorientamento, gli sbalzi di umore e la (dis)attenzione. Il melodramma e il noir hollywoodiano, ricercati nelle scenografie e nel décor all’interno di una stilizzazione tutta orientale, confondono le tracce, depistano il fiuto spettatoriale, annacquano i temi (senza sbiadirli), decantano le emozioni; la voce fuori campo (aggiunta dopo la, a quanto pare, semi-disastrosa proiezione di Cannes) commenta e straparla: che Wong sia impazzito? o siamo piuttosto noi, destinatari del suo far meraviglia, a non comprendere come il metalinguaggio a cui Wong si è autodisciplinato (nel film si parla di romanzi scritti, in fieri e da scrivere) debba anche passare dal vetusto stereotipo e dal banale? e ci potrebbe essere favola, ora delicata ora struggente sempre lucida, senza l’artificio della narrazione?
Un recente film mi impone un paragone ininfluente: come Michael Mann, passato dal dispersivo e ritardante Heat al compresso Collateral, Wong agisce in maniera inversamente speculare e, dopo lo sfuggente eppur compatto In The Mood For Love, ci consegna un oggetto filmico che si dispiega e si perde deliberatamente, si contorce su sé stesso, si sfalda in farraginosi sottointrecci per mantenere, sotto sotto, una coerenza e, se non altro, un’idea di cinema che ha il rigore e lo specifico della visione come fondamenta. Un film che piacerà meno e che, dai più esigenti, dovrà farsi piacere. A tutti i costi.
Non importa sapere se, nel 2046, sogni e desideri si possono realizzare (anche a patto di non recuperarsi per sempre) e se dunque saremo più felici: con il suo film, Wong sembra suggerirci che l’amore, inconoscibile al tempo e viceversa, è causa di sola infelicità ma è semmai la sua razionalizzazione (cinematografica, nel caso del regista) a procurare gli abbrivi emozionali positivi che tanto cerchiamo nei rapporti umani in generale e in quelli sentimentali in particolare.
2046, mi pare (e mi forzo, forse) di capire, è un film su anime in pena per anime in pena che – forze attraenti danno origine a esiti opposti – procura liberazioni e dispensa catarsi; e ogni suo lacerto, nel suo farsi/vedersi, rende felici.

di Roberto Donati [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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