Tutti i santi giorni (2012)

L'arte del sentimento

Virzì è la luce in fondo al tunnel. Del cinema italiano, tutto tappezzato com'è di commedie simil-brillanti-simil-USA, di cinepanettoni e di mattoni pseudoartistici di registi morti suicidi.
I film di Virzì sembrano non avere pretese, hanno la leggerezza delle commedie dei telefoni bianchi ma la profondità di una pellicola vincitrice a Venezia.
Ora, se è vero che non tutte le ciambelle escono col buco, altrettanto vero è che non tutti i film di Virzì sono dei gran capolavori; chi si ricorda La prima cosa bella non s'aspetti di trovare la stessa altezza in Tutti i santi giorni, ma non è proprio la medietas che manca ai cineasti italiani?
La storia è semplice: una giovane coppia nel suo percorso di crescita, attraverso i tentativi per avere un figlio. Intellettuale sensibile e romantico lui, alternativa, impulsiva e schietta lei. In una miscela talmente ben mescolata, da sembrare vera.
A differenza di altri film di Virzì, in cui la prospettiva appare corale, in Tutti i santi giorni entriamo nell'intimo quotidiano, in una prospettiva quasi voieuristica: ci avviciniamo tanto ai personaggi che ci sembra di toccarli, di sentirli nostri. Di sentirci loro.
Uno dei sicuri pregi del film è il sentimento, il pathos che ci fa respirare da ogni fotogramma. Come sempre accade con Virzì, empatizziamo con i suoi personaggi senza cadere nel patetismo. E non riesco ad immaginare nulla di più difficile da realizzare.
Il microcosmo Guido-Antonia è delineato con delicatezza, con tenerezza e finanche con amore; amore che si stende come un velo su tutta la trama, e che avvolge tutti i personaggi.
Dai borgatari diventati burini e tatuati, dai finti e veri altrernativi, dai sottoprodotti di fiction e reality televisivi venuti male. Sembra sempre ci sia del bene, un po' in tutti quanti, buoni e cattivi.
Senza mai cadere nella pubblicità della Nutella. Una delle pecche rimane la descrizione di Roma, priva secondo me di carattere, e l'eccessiva macchiettizzazione di alcuni personaggi (di pregio i burini tifosi della Roma: risibili, direi, ma un po' fastidiosi nella loro resa troppo eccessiva).
Se il regionalismo portato un po' all'estremo strappa la risata sicura, lascia tuttavia un retrogusto amaro e la sensazione di pochezza, così comune in tanto cinema italiano.
Come detto, i personaggi sono reali: un po' giusti e un po' sbagliati, ma tanto ben dipinti da riuscire, tutti quanti, a farci riflettere.
Bella la fotografia, con inquadrature d'impatto, eccezion fatta per le riprese del sogno di Guido, irrealistiche e 'sparate', decisamente da cancellare. (Mi hanno ricordato Nirvana, film che mi illudevo di aver eliminato per sempre dalla mia memoria!).
Il soggetto si sarebbe prestato a scadere nella noia o peggio nell'ovvietà, invece è ben orchestrato da una solida sceneggiatura; magnetica, direi.
Qualcosa manca nel cinema italiano, ed è questo. Non si tratta di capolavori, ma di pièce bien faite.

di Elisabetta Carminati [Leggi i suoi articoli »]

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