Lo stereotipo dell'amore nei film. Il cinema di Muccino

Anche l'ovvio vuole la sua parte. Soprattutto quando si rappresenta il sentimento

Quello che so sull'amore è il film con cui Gabriele Muccino, trasformando in immagini la sceneggiatura di Robbie Fox, ha sigillato il suo ritorno.
Ritorno alla commedia, ai mix sentimentali, alle guerre emotive, ai disordini esistenziali e alla loro trasformazione nei rispettivi contrari.
Gli aspetti salienti della pellicola sono la trama semplice, non certo originale, e una passerella di attori di grande fama con cui si cerca di dare prestigio. E non che non ci riescano: ognuno interpreta adeguatamente il personaggio assegnatogli riuscendo a restituire, ineccepibilmente, allo spettatore lo stereotipo incarnato.
Così la scena dominata in larga parte da George Dryer, simbolo del maschio intrattenibile che si impegna a lasciare il posto all'uomo-in-formazione, o forse in-redenzione, si costella di figure femminili, tutte madri, che rappresentano ora la depressa bipolare che si rifiuta di avvicinarsi agli uomini perché insicura, ora la manager navigata che può aprire le porte del successo, ora la moglie repressa e schiava del protagonismo del marito che non riesce a ribellarsi a una vita svolta nella finzione.
Ma a scuotere gli animi delle tre sopraggiunge il protagonista che, col fascino libertino di un ex calciatore di grande fama, aiuterà la prima a superare le ansie, la seconda a capire che il sesso non deve compromettere il sentimento, la terza a trovare la forza di uscire dalla gabbia di un matrimonio insoddisfacente.
E poi c'è una quarta figura, quella della donna semplice, abbandonata prima, rassegnata a un nuovo debole amore in seguito, madre integerrima e devota al figlio che ha subito insieme con lei il dramma dell'abbandono, e prossima a quelle nozze che sono, per la narrazione, come il carburante per l'automobile.
Certo, perché è solo la martellante e struggente idea che la donna della propria giovinezza, la madre del proprio figlio, quella ritrovata persona che non ha mai lasciato il cuore di George lo spingerà a compiere il gesto estremo di rinunciare all'occasione di un lavoro ambito, mentre viaggia sulla strada a bordo di un'auto ovviamente decappottabile, e compiere lo U-turn che lo riporterà al castello dell'amata, ora svincolatasi da un legame inappagabile e pronta a riaccogliere l'amore di sempre nel proprio giardino in cui si inizierà a giocare un'entusiasmante partita di calcio familiare che durerà fino al buio della telecamera... E proprio in quel momento, si potrà sperimentare, si alza un coro in sala che pronuncia un'unica inevitabile frase: “Era ovvio!”.
Ovvio come il protagonista ex calciatore che, come un deus ex machina, arriverà a risollevare le sorti della squadra in cui gioca il figlio portandola alla vittoria; ovvio come l'uso di una luce dai toni caldi che rassicura lo spettatore sull'assenza di esiti atroci; ovvio come il bisogno del regista di sottolineare al pubblico che, anche se lontano dalla sua patria, non si dimentica che in Italia fanno la pizza più buona del mondo, fabbricano la freccia più rossa del mondo, la Ferrari, e si godono i paesaggi più belli del mondo, quelli della Toscana; ovvio come ogni favola che si rispetti, in cui “vissero tutti felici e contenti”.
E allora godiamoci questa rappresentazione dell'ovvietà che, se proprio non ci lascia a bocca aperta di fronte al video, almeno ci fa uscire dal cinema con lo spirito un po' rilassato e con la certezza che, in fondo, possiamo ancora sognare che tutto possa andare come speriamo.

di Ciro Intermite [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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