Donna, finestra e sguardo nel cinema di Scorsese. Life Lessons

Film a New York. Amore e arte al centro del mondo

Le donne, oggetto di un amore assoluto e ossessivo, se ne vanno sempre nelle storie di Scorsese. La coppia è una bilancia, dove l'uomo e la donna rincarano la dose sui piattelli, finché uno dei due cade a terra e pone fine al gioco.
La finestra è un valico che separa una realtà esterna (pubblica), da una realtà interna (privata). La finestra è un oggetto formato da quattro angoli retti: esattamente come una cornice, come la tela di un quadro, come il fotogramma di una pellicola, come lo schermo del cinema o della tv. Insomma, dispositivo del vedere e del voler vedere.
Pur mostrando tutte queste forme/analogie di finestra, nel suo Life Lessons (Lezioni dal vero nella versione italiana) – primo dei tre episodi di New York Stories (1989), film collettivo che vanta la regia anche di Woody Allen e Francis Ford Coppola - , Scorsese rincara la dose “di indirizzamento visivo”, utilizzando il mascherino ad iride:in primis, per focalizzarsi sul protagonista Lionel Dobie (Nick Nolte), poi per calcare l'attenzione del fruitore su dei particolari, a cui probabilmente non si darebbe l'importanza che il personaggio principale (e lo stesso regista) dà.
Dal suo atelier, il pittore Dobie guarda ossessivamente la finestra dell'amata discepola Paulette (Rosanna Arquette): un interno che guarda un altro interno ancora più intimo, ancora più profondo: “In the heart of the heart”, per citare lo stesso Lionel. Ma l'intimità della ragazza gli è negata: lei non lo ama. Anzi, è in pena d'amore per la storia finita con Gregory Stark (Steve Buscemi), il quale ci viene presentato da una foto – altra finestra -, appesa nella camera da letto di Paulette. L'immagine raffigura Buscemi mentre stringe una cornice, puntando fieramente lo sguardo attraverso essa: lui sì che ha accesso al cuore di Paulette.
E Lionel impazzisce: ha un quadro da realizzare – alla mostra manca poco - e non può possedere Paulette. Allora riversa sulla tela le sue frustrazioni, la sua isterica inquietudine: accende lo stereo e comincia la sua action-painting. Dettagli di paste di colore sulla tavolozza, del pennello impietoso che sporca la loro verginità, dei gesti violenti che colorano la tela bianca, continue carrellate, panoramiche e un montaggio scattante: tutto è volto alla messa in scena dell'intimo dell'artista. Un'orgia materica del colore, in contrapposizione alla lontananza dei corpi dei protagonisti.
E poi c'è la musica: costante commento dei pensieri dell'artista: A wihiter shade of pale è la canzone con cui ci viene presentata la bionda e pallida Paulette, ovviamente contornata dall'alone nero del mascherino ad iride. È come Lionel la vede nella sua fantasia erotica. La sua frustrazione sessuale diventa rabbia con i Cream - “Hey now baby, get into my big black car, want to just show you what my politics are”-, puro desiderio con Ray Charles - “I want you to keep oh, to keep satisfied me”. La tela-finestra non è altro che l'io di Dobie, talmente enorme che Paulette ne rimane allo stesso tempo affascinata ed annichilita - “go to him now, he calls you, you can't refuse. When yuo ain't got nothin yuo got nothin' to lose. You are invisible […] like a complete unknown, just like a rolling stone”, le grida Bob Dylan.
Ma alla fine Paulette, come l'inafferrabile Ginger McKenna (Sharon Stone) di Casinò, come la Katharine Hepburn di Cate Blanchett in The Aviator, se ne va. Le donne, oggetto di un amore assoluto e ossessivo, se ne vanno sempre nelle storie di Scorsese. E, al solito, si assiste, in Life Lessons con particolare enfasi, al meccanismo dei giochi di forza, basato su azione-reazione: la coppia è una bilancia, dove l'uomo e la donna rincarano la dose sui piattelli, finchè uno dei due cade a terra e pone fine al gioco.
Lionel rimane dunque solo, ma la tela-finestra è ultimata. Essa non poteva altro che raffigurare un ponte, che si staglia su uno sfondo espressionista, pieno di mille cromature. Un ponte per una finestra che collega due esistenze, due realtà, anziché creare un varco. Un ponte per comunicare, di nuovo. Con un'altra donna. Un'altra storia. Ancora con A whiter shade of pale.

di Chiara Babuin [Leggi i suoi articoli »]

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