Lo stereotipo del gangster al cinema. Boss della droga contro eroe americano

Droga e potere. Traffico di eroina in America negli anni Settanta

Alla fine del primo tempo, tiro un sospiro di sollievo: finalmente un gangster movie secco, asciutto, diverso. Non sembra neanche tanto "americano" per via dell'atmosfera tetra, di colori che rimangono cupi anche quando dovrebbero farsi abbaglianti di lusso e potere.
Altro particolare degno di nota (e non poco) è il fatto di non ricorrere alla spettacolarizzazione delle feroci gesta di uno spietato criminale per strizzare l'occhio allo spettatore e creare una quasi involontaria empatia con "l'eroe" del male. Non lo si riesce ad odiare, quel sardonico sguardo del magistrale Denzel Washington, neanche quando fredda a bruciapelo il signorotto della mala locale su un marciapiede di Harlem nè quando percuote a morte uno dei suoi numerosi cugini durante un lussuosissimo (droga)party nel suo salotto. Ma non lo si ama neanche, perchè - per quanto uomo d'onore totalmente devoto alla famiglia e credente praticante - è e rimane pur sempre un assassino.
La narrazione è avvincente, il film dura 2 ore e mezza, ma non annoia mai, nè cala mai in tono e tensione. Anzi, ti tiene lì vigile, attento, rapito, anche quando davanti ad aghi che iniettano brutalmente eroina in disastrate vene di braccia e piedi, vorresti voltarti e sottrarti alla vista degli inquietanti fotogrammi.
A fare da cornice allo sconcertante sogno americano di Frank Lucas, autista di un boss di Harlem che diventa il capo indiscusso del traffico di droga a New York, alcune piaghe della società e della storia americana difficili da rimarginare: la corruzione della Squadra Narcotici che sequestra partite di droga per poi rivenderla a caro prezzo, intascandone i guadagni; la guerra in Vietnam, che esporta giovani vite destinate a ritornare in patria in bare d'acciaio cui Frank affida i preziosi carichi di eroina dal Sud-Est asiatico. Il tutto reso con consumato realismo, che getta su cose e persone la luce asettica del disincanto.
Fautori indiscussi, inutile dirlo, della riuscita del film, i due attori protagonisti: Denzel Washington, che nei panni del cattivo diventa superlativo (un Oscar ci starebbe benissimo), e Russel Crowe, il puro e ligio poliziotto che lotta contro il crimine, forse adombrato un po' dal collega, che rimanendo fedele alla sua immagine "ruspante", risulta convinto e convincente nel suo ruolo. Impossibile da dimenticare la scena in cui Frank viene arrestato all'uscita dalla chiesa. Puro momento di magia cinematografica: la strada deserta, pattuglie di polizia agli angoli della via, il detective Roberts ad aspettarlo ai piedi della scalinata, le porte della chiesa che si chiudono alle sue spalle ed un coro gospel a sottolineare beffardo l'ineluttabilità del momento.
La fine del secondo tempo, e del film, mi lascia con qualche perplessità che se la trama del film non fosse ispirata ad una storia vera, farebbe pensare all'ennesimo prodotto americano dal lieto fine talmente paradossale da far sembrare i primi 150 minuti di film una presa in giro. Ma dicono si tratti di una storia vera e quindi prendiamola per buona.

di Cinzia Suglia [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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