Film sul crimine in Italia. L'angelo del male

Gli anni Settanta in Italia. Malavita e rapine

Bandito o eroe? Angelo ribelle? Il film ripercorre la vita di Renato Vallanzasca, noto malvivente milanese, passando dall'infanzia attraverso le rapine, i sequestri, i compagni, le fughe e gli amori di una vita sopra le righe. Fino ai giorni nostri.
La domanda “bene o male?/buono o cattivo?” tormenta dal primo fotogramma. Vallanzasca è dipinto proprio come nel sottotitolo del film, l'angelo del male, e questa intrinseca contraddizione del personaggio segue l'intreccio dall'inizio alla fine.
La pellicola ingrana bene, entra subito in medias res, con violenza e forza, proprio come il suo protagonista; la sceneggiatura non lascia respiro, è coinvolgente e incalzante, fin dalle prime battute. Unico neo: forse sorvola troppo sulla (bella) vita della banda.
Anche i personaggi sono ben caratterizzati, partendo dal protagonista: come si accennava sopra, il suo atteggiamento ambiguo crea nello spettatore una sorta di odi et amo perverso, un desiderio di assoluzione misto a un'antipatia nei confronti di uno spocchioso 'bauscia' convinto di poter intorpidire tutto e tutti con il proprio fascino. Kim Rossi Stuart è senza dubbio un punto di forza del film e del personaggio, che forse senza l'attore non sarebbe stato quello che è.
Anche gli altri caratteri sono però profondi, non solo delle leggere pennellate tanto per far contento lo spettatore – come purtroppo a volte accade nei film italiani – soffrono, amano; e lo fanno 'di pancia'.
Interessante anche il montaggio, anche se a volte un po' concitato, con associazioni non banali e alcune – poche – inquadrature non spregevoli. Pecche, tuttavia, in questa bella storiella, ci sono, non lo dimentichiamo. Si diceva del montaggio: a tratti troppo veloce. E i primi piani? Troppi e troppo vicini.
E, a proposito di cinema classico, c'è un problema: c'è uno svolgimento e c'è una fine-risoluzione. Non è per capriccio, ma per comodità di narrazione – e di visione –, a meno che (come non sembra questo il caso) si tratti di bla bla bla artistico. Rincresce purtroppo constatare che questa mancanza di ripartizione logica sia congenita anche ad altri film di casa nostra.
Ritornando al tema iniziale: ma Vallanzasca noi lo si deve intendere come un carattere della settima arte o come un vero ladro in prigione? Nel primo caso: il film fa riflettere, il soggetto è interessante. Buono, cattivo... mah. E se succedesse davvero?

di Elisabetta Carminati [Leggi i suoi articoli »]

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