Gli stereotipi dell'onore e del crimine. Rispetto delle regole e libertà di scelta

Contraddizione della diseducante educazione siberiana

Educazione Siberiana è un film che porta con sé l'intento di far conoscere la storia, la cultura e i principi morali di quella che incarna tutti gli aspetti salienti di una subculture quali la stereotipia, la coerenza strutturale e la fissità dei costumi, attraverso la narrazione della vita del protagonista.
L'elemento biografico è, dunque, messo al servizio della diffusione culturale: la vita di Kolima diventa la strada maestra da cui si diramano le varie arterie che, collegandosi, restituiscono il sistema completo di quella comunità di “criminali onesti”, i Siberiani appunto, stabilitasi a Fiume Basso, nel territorio della Transnistria, in una Russia spettatrice del passaggio da Unione a ex-Unione Sovietica.
Kolima è un bambino che, orfano di padre, viene tirato su dagli insegnamenti intransigenti del nonno paterno Kuzja, interpretato in modo irreprensibile da un John Malkovich molto realistico, depositario incontrovertibile delle regole dei Siberiani e dei principi inviolabili della loro idea di educazione.
Un'educazione che, come quelle teorizzate dai pedagogisti più illustri, ha come fine quello di guidare il bambino verso l'acquisizione dello status di uomo attraverso la somministrazione di idee ispirate al rispetto altrui, alla rettitudine e all'osservanza delle proprie regole che, se in collisione con quelle del mondo esterno, vanno difese fino allo stremo, anche a costo di cadere nella più spietata violenza pur di non rischiare tentativi di contaminazione con l'esterno.
È questo il controsenso su cui si fonda l'educazione siberiana, l'impegno a formare uomini rigidamente rispettosi delle regole interne ma incapaci di coglierne le contraddizioni proprio perché troppo chiusi nelle convinzioni comunitarie: basti qui ricordare la veemenza con cui nonno Kuzja si scaglia contro Gagarin, amico di infanzia di Kolima, nella scena in cui questi porta del denaro nella loro casa disattendendo la norma generale che ne vieta l'introduzione, di contro alla tranquillità e alla normalità che lo stesso ostende nella scena della punizione inflitta al siberiano che per mantenere la sua famiglia si è permesso di spacciare quell'eroina che gli sarà imboccata ripetutamente fino al soffocamento e alla morte.
Insomma, in questa realtà sociale si celebra la supremazia della legge assolutizzata sull'uomo e sulla vita, travestita da giustizia, rigore ed equità.
Gabriele Salvatores con il film e Nicolai Lilin con il libro autobiografico da cui il primo è tratto testimoniano, intenzionalmente o no, dei rischi che corre l'uomo che si appiattisce acriticamente su visioni uniformate: primo fra tutti quello di incorrere in una cecità mentale che, impedendo di riflettere sugli eventi per coglierne la vera natura, nega all'uomo stesso il connaturato carattere pensante a difesa di ciò che altri, i più vecchi e “saggi”, hanno stabilito per lui e in un’ottica di irragionevole trasmissione generazionale votata alla lotta al sistema a prescindere dalle sue evoluzioni.
È, dunque, il film che traduce in immagini stereotipi e pregiudizi propri della comunità siberiana, ma ravvisabili in ogni formazione sociale ripiegata su stessa e bisognosa di autoaffermazione e riconoscimento. È il film della rivelazione della contraddizione, che fa il suo ingresso in una delle prime scene, quando la camera focalizza su un'icona sacra di Maria con braccia incrociate e armi strette nelle mani e che assicura la sua presenza lungo tutta la narrazione.
È, infine, un film che rappresenta bene il concetto di traduzione intersemiotica elaborato dal linguista russo Roman Jakobson. Non si è trattato solo di trasformare il testo scritto in testo visivo, ma il regista ha, a mio giudizio, saputo interpretare adeguatamente le intenzioni e lo stato d'animo dello scrittore nella misura in cui ha montato scene cruente, violente, girate in ambienti ostici e disabitati da umanità autentica, che raccontassero una storia reale avvolta dal freddo che fuoriesce dall'uomo che l'ha vissuta perché doveva, anche se, forse, non voleva. Ecco allora come potrebbero giustificarsi la mancanza di un pathos forte durante la visione del lavoro e la mancanza di una emozionalità che se ci fosse stata sarebbe stata artefatta e inidonea agli intenti suddetti. Resta comunque il fatto che ci alza dalla poltrona con una certa soddisfazione visiva e intellettiva, e con la convinzione che una mente che può pensare autonomamente offre il più grande senso di libertà e di umanità.

di Ciro Intermite [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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