Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974)

Tra parodia comica e remake dell'originale. Il cult di Mel Brooks

Cosa possono avere in comune un vecchio conte defunto, padrone di un tetro castello transilvano, e un brillante medico chirurgo americano? Il cognome, per esempio: Frankenstein il primo (leggasi Frankestain) e Frankenstein il secondo (leggasi però Frankestin).
L'intreccio del film si basa essenzialmente su una sorta di remake moderno del romanzo di Mary Shelley: un medico americano viene chiamato in Transilvania per eseguire il testamento del nonno, il conte Frankenstein appunto, celebre scienziato avvezzo a compiere esperimenti per riportare in vita i cadaveri. Le due personalità appaiono totalmente agli antipodi fino a quando il chirurgo scopre che esiste davvero il modo per ri-infondere la vita in un tessuto morto, modo che suo nonno ha trovato e sperimentato.
Inizia così, con l'animazione della “creatura”, l'avventura vera e propria del film, che coinvolgerà anche Igor, il bizzarro maggiordomo, l'assistente Inga, Elisabeth, fidanzata del dottor Frederick, e tutto il villaggio transilvano.
Una parodia frizzante e ben riuscita, parodia nel senso più etimologico del termine. Il soggetto riesce, infatti, a fare due cose insieme, che così spesso risultano inconciliabili in una parodia: omaggiare la storia cui si ispira traendone, al tempo stesso, una comica, sdrammatizzante – forse anche rispettosamente sottomessa – originale versione.
Originale è infatti anche l'intera idea del soggetto, che traspone la vicenda spostandola nel tempo e slittando tutti i personaggi, facendoli agire in modo simile – ma mai identico – a quelli ottocenteschi. Alcuni passaggi risultano tuttavia inspiegati o poco chiari (per esempio: perché Frederick deve recarsi personalmente in Transilvania?), anche se ciò non nuoce più di tanto alla trama.
Bene intrecciate risultano anche le vite dei personaggi, che interagiscono tra loro in modo molto realistico e riescono a convincere, a “bucare lo schermo” al di là della loro semplice condizione di macchiette. Se, infatti, il rischio di cadere nella semplice macchietta-barzelletta era elevato, il regista riesce invece a tenersene a debita distanza, dando ai propri personaggi caratteristiche umane verosimili e sfaccettate.
Assolutamente godibile e parte fondamentale di tutto il film sono i dialoghi e gli scambi di battute, con numerose “perle” ormai entrate a far parte della tradizione collettiva del cinema. Si tratta spesso di sketch basati su giochi linguistici o incomprensioni – quindi, sostanzialmente, “freddure”, diremmo noi – che, tuttavia, riescono a conquistare lo spettatore e a tenersi a debita distanza dal baratro della demenzialità.
Pregevoli quindi la storia, il soggetto e la sceneggiatura solida e ben strutturata. Per quanto riguarda la fotografia, encomiabile e ben riuscito l'effetto “invecchiato”: non solo giova alla trama del film, ma rende anche più affascinante tutta l'atmosfera.

di Elisabetta Carminati [Leggi i suoi articoli »]

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