Dal Dopoguerra fino ai primi anni novanta, in Italia, il clima culturale che si è andato configurando vedeva in primo piano la cosiddetta "cultura del sociale" sostenuta da una folta e prolifera schiera di intellettuali che, o per indirizzo politico o anche solo ideologico, si muoveva intorno alla riflessione marxista.
Non è difficile sostenere che tutta la critica letteraria non era esente dall'influenza di tale cultura, sicché per la larga diffusione di questa, anche l'intellettuale più estraneo sentiva come imprescindibile la problematica del sociale. In Italia, proprio in base alle due grandi controparti politiche, democristiana e comunista, si creò un clima culturale nel quale erano essenzialmente presenti solo due voci: cattolica e di sinistra.
Ebbene, anche l'area cattolica non poteva rimanere indifferente ai temi del sociale, soprattutto di fronte all'incalzante e consistente impegno della cultura di sinistra. Si erano create tutte le condizioni necessarie perché le questioni etico-sociali giungessero ad interessare tutti i vertici intellettuali. Anzi diremo di più. La situazione era divenuta tale che il "sociale" non era più appannaggio della cultura di sinistra, ma diventava per tutti una questione imprescindibile in qualsiasi discorso intorno all'uomo. E' impensabile affrontare un problema dell'uomo in cui la parola "sociale" sia assente. Di fronte a ciò ogni individualismo perde consistenza e anzi viene condannato.
Per il cinema italiano il tema del sociale è stato inizialmente un toccasana. Se v'è un settore in cui il sociale ha avuto una fortuna indiscutibile, questo è proprio il cinema. La critica cinematografica del sociale si è potuta irrobustire e farla poi da padrona in tutto l'ambiente intellettuale della critica di cinema, grazie alla prolifera produzione del Neorealismo, un tipo di cinema in cui gli autori spontaneamente e con animo aderivano ai problemi sociali dell'individuo nel dopoguerra. Il successo di questo cinema, a livelli veramente universali, ha permesso alla critica di fissare implicitamente dei parametri di giudizio.
Innanzi tutto, a differenza delle altre arti e della letteratura, le quali avendo una storia più antica hanno potuto vivere diverse situazioni culturali giungendo a noi come discipline atte ad esprimere ogni possibile condizione umana, il cinema, invece, nato da poco, in via di definizione e in cerca di un riconoscimento culturale, rimane imbrigliato in questo suo successo, in questa sua rivelazione di mezzo che permette di affrontare in modo nuovo dei problemi che rispondono, tra l'altro, alle esigenze dei movimenti socialisti.
Se la letteratura e le altre arti nel corso dei secoli si erano create una loro identità, secondo la quale esse potevano affrontare qualsiasi problema (individuale, spirituale o anche sociale), il cinema adesso, grazie pure al suo carattere divulgativo e accessibile, sembrava aver trovato la giusta collocazione nel panorama culturale, come strumento di educazione e sensibilizzazione delle masse.
Nel clima da noi sopra descritto non fu difficile per il cinema ritrovarsi consacrato come strumento primario di una cultura del sociale.
Se è vero che la critica del sociale ebbe un fecondo scambio con il cinema, da cui entrambi trassero beneficio, è anche vero che a lungo andare la critica, cristallizzandosi su quelle posizioni, con una certa pedanteria, cominciò a soffocare ogni altra possibile modalità di espressione del mezzo cinematografico.
Un esempio di questa cristallizzazione è riscontrabile nella ideologia del messaggio. E' in questo clima culturale che nasce l'idea per cui ogni film deve trasmettere un messaggio al pubblico. L'ideologia del messaggio matura proprio intorno alla convinzione che un film deve essere utile a chi lo guarda perché questi prenda coscienza della propria condizione nel tessuto sociale e storico. Pertanto, sulla scia della lezione del Neorealismo, un film scadeva di valore se non provava a realizzare, almeno marginalmente, questo proposito.
Parliamo di ideologia del messaggio perché presso la critica il messaggio era divenuto una prerogativa unica (lo è tutt'oggi) per la riuscita di un film, a prescindere dalle innovazioni che un film può apportare e che potrebbero modificare gli stessi criteri di giudizio sui film.
Così, non è difficile ravvisare proprio nell'irrigidimento di questa critica la principale causa della crisi del cinema italiano dagli anni '70 in poi. Ogni tentativo di cambiamento doveva con questa fare i conti ed ogni possibile slancio di novità, a nostro avviso, si sentiva certamente soffocato sul nascere.
I film degli anni '70, irriverenti alla critica "ufficiale", sono da considerarsi spesso fenomeni di deviazione rispetto alla logica pedante dell'ideologia del messaggio. Si tratta soprattutto della nuova commedia all'italiana che risulta spesso un prodotto bizzarro, spinto a volte allo sconcio, contro quei film più ossequienti alla critica fautrice del messaggio obbligatorio, nei quali si respira l'aria di un intellettualismo austero e pesante. Sono i due poli estremi del cinema degli anni '70 e '80, che non riesce più a produrre il "capolavoro".