"Dogville". Kant e Nietzsche si incontrano al cinema

Morale e comunità in una metafora della diversità e dell'immigrazione

Cosa succede quando una morale deontologica/liberale incontra un’etica teleologica e perfezionista?
Cosa accade, poi, quando queste due ”nemiche” si trovano a dover affrontare i problemi posti dal fenomeno dell’immigrazione e della diversità?
Ce lo racconta in modo metaforico, originale e, a mio avviso, geniale il regista danese Lars Von Trier in uno dei suoi capolavori più conosciuti: Dogville!
Il film narra in chiave metaforica le vicende di Grace, interpretata da una superlativa Nicole Kidman, una giovane in fuga dalla sua famiglia e dal suo paese la quale cerca rifugio nella sorridente e apparentemente perfetta cittadina di Dogville.
Grace è quella che, fuor di metafora, definiremmo un’immigrata, un’extracomunitaria le cui origini e il cui passato sono ignoti agli altri personaggi del film, ovvero agli appartenenti alla comunità di Dogville.
Ho usato non a casa il termine “comunità”: Dogville, infatti, è improntata su un modello comunitario piuttosto ben definito e anche piuttosto rigido, con regole chiare e ruoli prestabiliti, coloro che ne fanno parte rispettano un codice sottointeso ma noto a tutti, un codice di comportamenti e convenzioni condivise per il “bene di tutti”.
Il punto è che questi “tutti” si trovano in difficoltà quando al loro gruppo cerca di aggiungersi Grace, una “straniera”, estranea a suddetti comportamenti e convenzioni, ignara dei codici, ignara delle leggi non-scritte, una giovane donna semplicemente in cerca di un nuovo posto in cui trovare un lavoro onesto e in cui poter costruire liberamente il proprio presente, cosa che le era, evidentemente, impossibile nel posto da cui è fuggita.
Dapprima assai diffidenti e restii ad accoglierla, ben presto gli abitanti di Dogville sembrano disposti ad accettare la sconosciuta nel loro “ridente quadro” e addirittura ad offrirle un lavoro onesto: la domestica.
Grace, in cambio dell’ospitalità ricevuta, dovrà fare le faccende domestiche presso le case dei vari abitanti; dapprima solo una volta al giorno e poi, essendo l’ospitalità un dono molto prezioso, addirittura due volte per ogni casa.
Qui si fa piuttosto evidente la metafora dello sfruttamento dell’immigrato. In un primo momento la comunità si mostra chiusa, non disposta ad accogliere un nuovo membro in quanto non necessario e appare del tutto autonoma e autosufficiente, in grado di provvedere ai suoi bisogni.
Poi fa cadere dall’alto, come un dono, il lavoro il quale non si configura più come un diritto ma diviene, appunto, un privilegio concesso e per mantenere questo privilegio bisogna essere disposti a tutto, anche a turni disumani, perché, in fondo, lo straniero sta ricevendo un favore enorme e, quindi, non può sentirsi sfruttato, non è un suo diritto!
La dinamica “servo-padrone” di hegeliana memoria è sapientemente giocata in una metafora cinematografica raffinata: non è più chiaro chi è necessario a chi, non è più così certo chi è autonomo e chi dipendente ma rimane pur sempre indiscutibile chi ha diritti e chi no!
Mano a mano che il film prosegue Grace subirà ogni sorta di sopruso e abuso: oltre allo sfruttamento lavorativo verrà violentata più volta e da parte di diversi personaggi, non creduta verrà accusata di aver provocato lei stessa l’accaduto, umiliata, picchiata e, infine, legata come un cane nella piazza pubblica, dove ognuno potrà fare di lei ciò che vorrà senza nemmeno preoccuparsi di agire di nascosto.
La pellicola si conclude con l’arrivo di un’auto all’interno della quale vi è un uomo molto potente, il medesimo da cui Grace era fuggita: suo padre. Un padre che non le avrebbe mai lasciato la possibilità di scegliere per se stessa e per la propria vita ma che, tuttavia, la ama incondizionatamente e che le propone di aiutarla a vendicarsi della comunità di Dogville.
Memorabile il monologo filosofico di Nicole Kidman: una riflessione lucida e razionale sui limiti della “comunità”, un sicuro rifugio che se ti dà ti chiede in cambio tutto, la tua vita, la tua ragione, la tua fedeltà totale e assoluta alle sue regole senza nemmeno la possibilità di chiederti se tali regole sono giuste o sbagliate perché è sempre e solo la comunità che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Un confronto lucido e serrato tra morale liberale e universale, dove giusto e sbagliato vengono stabiliti a priori, deontologicamente e a prescindere da qualsivoglia comunità di appartenenza, e una morale comunitarista dove nessun criterio può esistere fuori dalla comunità e, pertanto, anche i concetti di giusto e sbagliato, sono definiti in relazione alla comunità di appartenenza.
Kidman, alias Grace, si chiede :” Si può condannare l’ignoranza? Si può condannare chi non conosce altro di ciò che gli è stato insegnato all’interno della comunità?”
E questa la sua risposta : “Non potrei definirmi essere umano se non conoscessi la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è a prescindere da qualunque comunità e condizionamento ricevuto”.
Una conclusione chiaramente kantiana: il concetto di “giusto” deve avere valore universale, deve valere ovunque e per tutti e da tutti deve poter essere condiviso e accettato. I condizionamenti ricevuti dalla famiglia, dalla tradizione, dalla comunità devono essere vagliati dalla ragione ed, eventualmente, rifiutati se non “universalmente accettabili” e, dunque, non “giusti”.
Tuttavia Kant cede presto il passo a Nietzsche il quale si manifesta in una sorta di “oltredonna” dal volto angelico e dalle parole durissime : “Il mondo sarà sicuramente un posto migliore senza Dogville e i suoi abitanti”. Grace decide di rendere giustizia facendo distruggere Dogville e uccidere i suoi abitanti dai sicari del potentissimo padre.
Una sorta di “oltredonna” di chiaro stampo nietzschiano la quale si sente “al di là del bene e del male” e come una vera principessa “centaura”, metà essere umano e metà bestia, persegue il suo fine di giustizia attraverso mezzi sicuramente non giusti.
Ecco qui, in una pellicola sorprendente e metaforicamente molto cruda, incontrarsi la deontologia di Kant secondo cui il valore supremo è la giustizia intesa come “universale accettabilità”, stabilita a priori e la teleologia di Nietzsche secondo cui il fine giustifica i mezzi e per realizzare un mondo giusto un “oltreuomo” può anche non seguire le norme di giustizia che valgono per gli altri.

di Samanta Airoldi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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