Manderlay e il costruzionismo sociale. Tra realismo e costruttivismo

Habermas, significato di schiavitù, Kant e Nietzsche nel sequel di Dogville

Tutto dipende dall’uomo, nulla dipende dall’uomo! Due estremi, due opposte concezioni del mondo e della realtà, due antitetiche interpretazioni dei fatti ma anche delle norme sociali.
Realismo estremo o estremo costruzionismo?
Questa la tematica che si nasconde tra le righe di Manderlay, lungometraggio del danese Lars Von Trier.
Personalmente mi trovo in profondo disaccordo con entrambe le posizioni sopra citate.
Esistono i fatti ed esistono le norme; esiste una realtà fisica e oggettiva indipendente dalla nostra mente e dalle nostre credenze ed esistono realtà sociali da noi prodotte e che senza esseri umani pronti ad attuarle e riconoscerle non esisterebbero.
Habermas, in uno tra i suoi eccellenti lavori di filosofia politica – proprio dal titolo Fatti e norme –, spiega in maniera chiara la distinzione tra suddette differenti realtà: le norme necessitano di attori che le pongano in atto, mentre i fatti esistono o non esistono a prescindere da qualsivoglia presenza umana.
I fatti possono esistere anche senza nessuno che li constati; le norme perdono il loro senso senza qualcuno che le attui.
Da qui la parallela distinzione tra mondo fisico/oggettivo e mondo sociale/intersoggettivo.
Due opposti filoni della filosofia contemporanea si sono occupati di questa tematica: da un lato il Realismo, corrente da me abbracciata nella sua versione non estrema, secondo il quale esistono realtà oggettive e indipendenti dall’essere umano; dal lato opposto il Costruttivismo, secondo cui non esiste realtà indipendente dall’essere umano e dalle sue credenze. Secondo quest’ultima corrente di pensiero tutto è costruzione umana.
Questa dicotomia, con tutti i problemi che ne derivano, viene affrontata in chiave metaforica da Von Trier nel suo film, sequel di Dogville.
La protagonista Grace, dopo aver distrutto, con un colpo di nietzschiano decisionismo, la cittadina e la comunità di Dogville, rea di crudeltà e reati disumani nei suoi confronti, prosegue nella sua ricerca di un posto ideale in cui costruire la sua vita all’insegna della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà e della bontà: tutti valori nobilissimi e di chiara impronta kantiana.
Giunta a Manderlay, si trova ad affrontare un’altra terribile realtà che non aveva messo in conto: la schiavitù.
Grace, paladina dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani e contraria a ogni forma di violenza, crudeltà, ingiustizia, kantiana nel senso più autentico e intransigente, si dovrà confrontare con individui ridotti e trattati alla stregua di bestie.
Di notevole impatto il dialogo, curato in maniera davvero superlativa fin nei minimi dettagli e nelle più sottili sfumature, tra la protagonista e uno degli schiavi. Di fronte alla totale perdita di consapevolezza di sé dell’individuo schiavizzato, il quale ormai ha finito per riconoscere se stesso non più come uomo ma unicamente come schiavo, perdendo completamente la distinzione tra ciò che si è e ciò che si fa, Grace pronuncia la fatidica asserzione: “in fondo siamo noi che vi abbiamo creato tali”.
Con poche parole Grace esprime perfettamente il nodo cruciale della differenza tra Realismo e Costruzionismo, tra mondo oggettivo e costruzioni sociali, tra fatti e norme: con il sostantivo “noi” Grace indica la società dei liberi, dei padroni, dei borghesi, i quali non hanno creato l’individuo in quanto uomo, ma lo hanno creato in quanto schiavo.
La schiavitù non esiste in natura, non fa parte del mondo oggettivo dei fatti, ma è una costruzione sociale, voluta e creata da esseri umani per propri scopi personali; quell’uomo continuerebbe comunque a esistere in quanto uomo anche al di fuori di quella determinata società, ma non continuerebbe ad esistere come schiavo al di fuori della comunità che lo ha reso schiavo.
L’individuo, in altre parole, scambia per naturale e oggettivo qualcosa che, invece, è sociale e intersoggettivo, perdendo la distinzione tra fatti indipendenti e fatti dipendenti dagli esseri umani. Grace lo riporta a tale consapevolezza mettendo bene a fuoco suddetta dicotomia.
L’essere umano non è artefice di tutto ciò che lo circonda: montagne, fiumi, alberi, cani, gatti e moltissimi altri fenomeni esistono a prescindere da qualsivoglia uomo e dalle sue credenze e continuerebbero a esistere comunque, anche se tutti gli uomini scomparissero dal pianeta.
Alcuni obietteranno: ma è pur sempre l’essere umano a stabilire che quell’ammasso di terra e roccia si debba chiamare montagna o che quel corso d’acqua si debba chiamare fiume e, quindi, in un certo senso, è pur sempre l’essere umano a determinare l’essenza delle cose.
Sicuramente i nomi di ogni cosa, naturale o sociale che sia, dipendono da scelte umane più o meno arbitrarie, ma ciò che rende un fiume ciò che è, ovvero la sua essenza, non è determinato dal nome quanto piuttosto dall’essere un corso d’acqua; e il fiume, senza la presenza umana, probabilmente non si chiamerebbe fiume ma sicuramente continuerebbe a essere un corso d’acqua e, pertanto, ad avere la sua propria essenza.
Farò un esempio più semplice. Alcuni sostenitori del costruzionismo estremo sostengono che senza esseri umani pensanti non esisterebbero realtà come “scapolo” o “AIDS”; esse sono pure costruzioni umane che nascono e muoiono con l’uomo.
Analogamente al caso del fiume/corso d’acqua anche in questi casi si può sicuramente sostenere che i termini “scapolo” e “AIDS” sono frutto di costruzioni umane senza le quali, tuttavia, continuerebbero ugualmente a esistere, magari sotto altro nome o senza nome alcuno: uomini non sposati e un terribile virus, il quale continuerebbe, ugualmente, a cagionare morti a prescindere da credenze e costruzioni.
D’altro canto, invece, esistono realtà sociali le quali nulla hanno a che vedere con la natura e l’oggettività come, ad esempio, la schiavitù affrontata in Manderlay: in natura non esistono oggettivamente individui nati per comandare e altri nati per servire e il fatto che si crei questa distinzione è una pura costruzione umana che non trova giustificazione in alcun ordinamento naturale. Gli schiavi non esistono in natura al pari di alberi, montagne o fiumi e senza le credenze e decisioni di altri esseri umani smetterebbero di esistere in quanto schiavi, continuando, tuttavia, a esistere come esseri umani.
Von Trier affronta la tematica in modo metaforico attraverso una regia originale, assolutamente non banale e con una straordinaria cura per i dialoghi. A scene fisicamente molto “crude” si affiancano analisi psicologiche estremamente sottili e raffinate: un dualismo che rende questo film unico e d’impatto!
A chiudere il capolavoro del regista danese due scene indimenticabili: la prima, che anticipa la chiusura del film, mostra la violenza di uno degli schiavi su Grace. L’uomo, divenuto (o, forse, tacitamente sempre stato) consapevole del fatto che la sua condizione di schiavo non ha nulla di naturale e oggettivo, ma è frutto della scelta di altri esseri umani, giustifica la sua violenza riprendendo ciò che Grace gli aveva detto qualche scena prima: “non potete accusarmi di nulla perché in fondo siete stati voi a ‘crearci’ e, dunque, è colpa vostra se io sono così”.
La scena conclusiva vede, invece, una Grace che, come nel finale di Dogville, abbandona Kant per ri-abbracciare Nietzsche e, trasformandosi, nuovamente, in una “Oltredonna” al di là del bene e del male, frusta crudelmente lo schiavo con una certa dose di superiorità e narcisismo. Il che sembra quasi mostrare un mutamento di convinzioni, come a voler dire: “sì, noi vi abbiamo “creato” schiavi perché la vostra natura era predisposta alla schiavitù e la mia, invece, è predisposta al comando e alla superiorità”.
Grace sembra passare non solo nell’agire, ma pure nel pensiero, a una visione nietzschiana che sostiene un certo determinismo in ciò che poi noi diventiamo nel corso della vita: Nietzsche non direbbe che gli schiavi esistono in natura al pari dei fiumi, ma sosterebbe che alcuni esseri umani, pur nascendo liberi, hanno una naturale predisposizione a servire, mentre altri hanno una naturale predisposizione al comando.
Ancora una volta Von Trier comincia con Kant e finisce con Nietzsche, facendoli incontrare per mezzo di scelte di regia ineguagliabili e sopraffine.

di Samanta Airoldi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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