"Tutto o niente". La triste commedia umana di Mike Leigh

Male di vivere e banalità dell'esistere nel ritratto della classe lavoratrice

Tutto o niente (All or Nothing, 2002)

Sin dal suo esordio nella televisione inglese con Bleak Moments (1971), Mike Leigh si è imposto come uno dei più spietati indagatori della classe lavoratrice britannica, descrivendola con inesorabile realismo in tutto il suo squallore quotidiano.
Uno dei suoi primi film per il cinema, Belle speranze (1988), era un amaro e sarcastico ritratto delle devastanti conseguenze dei governi Tatcher. Quattordici anni sono passati e la visione di Leigh sembra essersi fatta persino più pessimista, certo più cupa e dolorosa.
Tutto o niente è un altro tassello della triste commedia umana messa in scena dal regista inglese. Un film corale di vite deluse senza alcun guizzo nello sperare un cambiamento, una possibile via di fuga. Ovunque domina un fatale senso di rassegnazione a un destino grigio e opprimente.
Scenario di Tutto o niente è una deprimente periferia londinese. Condomini che cadono a pezzi e desolanti interni proletari, appena decorosi nella loro disperazione, dove i soldi guadagnati servono solo a tenere lontana la fame.
Phil è lo sguardo catalizzatore del male di vivere che attraversa tutti i personaggi. Lui fa il tassista e si rispecchia ogni giorno nella varia perduta umanità che porta in giro sul sedile posteriore.
La sua è una figura al limite del caricaturale, come spesso capita nel cinema di Leigh: la faccia da cane bastonato, gli occhi perennemente strabuzzati, i capelli sporchi scarmigliati, il grasso che cola, la birra sempre in mano quando non lavora, sentenze di filosofia spicciola le rare volte che apre bocca (e non chiede denaro), l’aria di chi non si è mai ripreso dallo shock di un’alienante esistenza che stordisce senza scampo.
Da anni convive con Penny, una brontolante bellezza appassita fra le casse di un supermercato e il faticoso lavoro tra le mura domestiche. La figlia Rachel, obesa, è impiegata in una casa di riposo, a pulire bagni: sbigottita nel ricevere una delle poche avance della sua incomunicata solitudine da un vecchio collega, malato del proprio nulla. L’altro figlio, Rory, si spancia ignobilmente spostandosi solo dal tavolo da pranzo al divano, di fronte alla tv, nullafacente, bestemmiando continuamente la madre.
L’abisso tra genitori e figli è un altro dei temi di Tutto o niente, trattato senza alcun riguardo nei confronti di ogni tipo di convenzionale decenza verbale nelle situazioni, sprofondando nell’avvilimento.
Fanciulle in fiore provocanti e poco caste si ritrovano incinte e picchiate dal proprio fidanzato o sculettano annoiate in minigonna e seni al vento per attirare l’attenzione dei bulli del quartiere, pensando magari di guadagnare, perché no, qualche soldo. Del resto, ci si ritrova con genitori alcolizzati e mamme scatenate nei karaoke dei pub, che hanno avuto bambini indesiderati in conoscenze durate non più di cinque minuti.
Se, come si dice nel film, “l’amore è un rubinetto che perde”, sprecando ogni cosa, la flebile speranza è riuscire a ritrovare, dietro un marito fallito e invacchito, il giovane che ti faceva ridere.
Tutto o niente si apre con una claustrofobica sequenza nella casa per anziani dove lavora Rachel e si chiude in un ospedale, dove Rory viene ricoverato per un attacco di cuore. In questo soffocato melodramma, Leigh non propone alcuna forma di riscatto sociale. Solo alcuni lampi d’affetto e rispetto reciproco illuminano questa desolante, crudele, banalità dell’esistere, in povertà materiale e spirituale. Un minimalismo sgraziato e sgradevole, tutto giocato sulle corde del patetico, con alcune sequenze spinte fino al limite dell’insostenibile.
Tutto o niente è il tipico prodotto di Mike Leigh: intransigente, non conciliato, con un’ironia (che non sempre sostiene la sceneggiatura scritta dallo stesso regista) traboccante ferocia. Un mix di analisi sociale alla Ken Loach e di commedia iperrealistica, una specie di domestico neo-Dickens aggiornato ai nostri tempi. La sensazione finale, però, è di saturazione, d’estenuazione di situazioni e discorsi, sino a un intollerabile punto di strazio.
La lunghezza penalizza il film di Leigh, depotenziando la sua depressiva e distruttiva comicità, perdendola nell’unica espressione con cui Timothy Spall (Phil) attraversa tutto il film. E tormentando lo spettatore con la lagnante colonna sonora di Andrew Dickson e un mediocre doppiaggio.

di Davide Magnisi [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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