"Changeling": per la difesa di un cinema classico

Ci ha abituati male, Clint Eastwood: Mistic River, Million Dollar Baby, il dittico Lettere da Iwo Jima – Flags of our fathers, costellazione perfetta nel cielo spesso nuvoloso dell’attuale cinema americano, coinvolgevano lo spettatore colpendo al cuore, iniettando una dose di commozione ascendente, che faceva vibrare, sapientemente, corde sottili e recondite. Questo non avviene in Changeling. Eppure gli elementi, ed i presupposti, ci sarebbero tutti. Ed è interessante allora parlare di questo nuovo, grande, lavoro, alla luce di una scelta inusitata, ma perfettamente inscritta nel classicismo cinematografico proposto dal regista americano.
Intanto, il titolo: per una volta l’edizione italiana ha mantenuto l’originale (in Francia si è preferito The Exchange, lo scambio, ma non è la stessa cosa), ed è un termine americano nato specificatamente per indicare il caso di un bambino sostituito. Domanda ovvia: se esiste il termine, quante storie simili ci saranno state? Risposta ugualmente scontata. Perché in tal caso, va tenuto in considerazione, la storia raccontata dal regista, è vera….

Los Angeles, 1928. Una giovane donna, Christine Collins, coordinatrice di telefoniste, madre nubile di Walter, un bel bambino di nove anni, ne denuncia la scomparsa. Passano mesi tremendi, poi la polizia le annuncia il ritrovamento. Ma alla stazione, davanti ad una folla di giornalisti – happening mediatico in vista delle elezioni, e atto a sedare le continue lamentele sul comportamento delle forze dell’ordine - la polizia le consegna un altro bambino: la donna insiste, non è suo figlio. E’ più basso, è stato circonciso. Da questo punto inizia il calvario: la donna è rinchiusa in un ospedale psichiatrico, sottoposta a maltrattamenti. Si schierano in suo aiuto un pastore presbiteriano (un grande John Malchovich), un grande avvocato. E la gente, che nell’eroina vede la forza di ribellarsi ad un sistema marcio. La donna è rilasciata. Diffamata: vorrebbe liberarsi del figlio per essere più libera. Ma un bambino, un altro bambino, rivela l’orrenda verità: poco lontano, un ranch, ed un maniaco massacratore di bambini…
Eastwood non ricostruisce un’epoca, ma la ricrea: si assiste ad un prezioso documento storico, impreziosito dalla fotografia di Tom Stern. Angelina Jolie, esile, fragile, pare uscita da un quadro di Tamara de Lempicka, tanto è perfetta, almeno fisicamente. Sulla recitazione avremmo qualcosa da ridire, ma è forse un nostro vizio critico: sicuramente sono lontane Mrs. Smith e Lara Croft, e la piccola gamma espressiva cui ci ha abituati può essere in tal caso un pregio fascinoso. La classicità di Eastwood è anche la sua regia necessaria (e non invisibile, come si è sostenuto): spesso non si nota perché è perfettamente congeniale all’azione, all’happening scenico. E’ una classicità di sceneggiatura, solida; dell’ambientazione, appunto realistica e inglobante.

Certo, il cinema di Eastwood divide: come ogni presa di posizione deve fare (oggi il cinema non decide, non prende posizione, la libertà spettatoriale, meravigliosa conquista del cinema moderno, si è trasformata in sufficienza, in una povera ottica generalista). Il cinema di Eastwood è il corteo ed il fiume mistico che, entrambi, attraversano quel capolavoro che è Mistic River; è lo sciroppo all’amarena – sangue che viene versato sul gelato in Flags of our Fathers. Ed è il moralismo che vibra lungo Changeling: un moralismo sfacciato, che non risparmia nessuno. Perché la polizia è il vero Moloch, l’Istituzione che permea della sua corruzione l’intera società, rovinandola. Ma il regista va oltre: sceglie una donna nubile, la madre incompleta, perché senza il proprio compagno (o meglio, marito), quasi a dire che anche in ciò stanno i motivi del suo calvario. Il pubblico, ed il privato, che procedono intersecandosi. Ed anche i bambini sono mostrati sotto lo stesso microscopio: ed il sostituto di Walter è, in un certo qual senso, cattivo, perché scegli di mentire, di fingere di essere il bambino che non è…
Eastwood si distacca con il finale dal classicismo: la donna, alter-Christus durante la via Crucis che deve attraversare durante il film, non avrà il privilegio di un lieto fine. La morte dell’assassino, la fuga, raccontata (e tra il raccontare e l’inventare il confine è labile, ed il cinema è lì apposta a confermarcelo) del figlio, la condannano ad una eterna speranza di ritrovarlo vivo, chissà quando. Ovvero all’eterno timore di saperlo morto. In un limbo senza fine, nel quale la protagonista, piccola peccatrice, non può ergersi alla Visio Dei, cioè al ritrovamento del figlio, proprio in virtù del peccato originale – la sua maternità incompleta – che il Dio moralista (Eastwood) non può perdonarle.
Ed allora si comprende il pudore, la scelta di non cedere alla tentazione della commozione: è altro che Eastwood vuole dirci. Spingerci alla rivolta, alla resistenza. E al giudizio.
Con metodo.
Classico.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

Condividi questa pagina