TFA A043 A050 al Gentileschi di Milano: un test da Terzo Mondo

Disorganizzazione e mancanza di controllo. Racconto personale di un 'concorso nazionale'

'Avanti con calma, che siete più di 1900!': davanti alle porte dell'Istituto Gentileschi a Milano si aprono i battenti alle otto in punto, come da programma. Tutto secondo i piani, sembrerebbe. Martedì 15 luglio, il gran giorno del 'quizzone' nazionale: le prove preselettive per il TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per le classi di concorso A043 e A050 (insegnamento di materie letterarie alle scuole medie inferiori e superiori) hanno finalmente luogo.
Migliaia di aspiranti insegnanti di Lettere che cercano di tentare 'il colpaccio': ottenere l'abilitazione all'insegnamento.
Entrati nell'edificio – piuttosto vecchio, piuttosto malmesso – ognuno si dirige a cercare l'aula presso la quale svolgerà il tanto atteso 'quizzone'. A me tocca l'Auditorium: 'che fortuna – penso – sarà un'aula spaziosa, confortevole'. Pensare: ecco il mio errore durante tutta la prova. Individuato l'Auditorium, vedo che davanti all'ingresso dell'aula sono schierati, dietro i banchi, alcuni ridenti addetti all'accoglienza: devono raccogliere i nominativi, controllare i dati ed espletare tutte le operazioni del caso. 'Perfetto, tutto secondo i piani'.
Mi avvicino al banco che raggruppa i cognomi con la mia lettera per chiedere informazioni. 'Non abbiamo ancora gli elenchi, li stiamo aspettando – mi rispondono'. Perfetto, nessun problema: qualche minuto di attesa può capitare. Con il passare dei minuti dietro e attorno a me la folla inizia ad aumentare e ad accalcarsi: saremo più di duecento candidati.
Assonnati, agitati, stanchi, sudati e senza aria: tutti ammassati ad aspettare 'gli elenchi'. Inzio a muovere le prime proteste dopo quaranta minuti: 'Capisco i ritardi, ma tutto questo tempo è inaccettabile – dico'. 'Stiamo aspettando dal ministero le buste bla bla bla'. Alle nove circa – dopo più di un'ora di attesa, tutti in piedi, tutti ammassati, tutti schiacciati – arriva il bidello con i plichi, che vengono aperti alla bell'e meglio davanti ai nostri occhi stupiti. 'Questo plico va qui! Ah no, è l'altro! Dove sono i codici di questo? Ma non ci sono delle forbici per aprire i pacchi? Tieni, usa le chiavi!'.
Dopo una prima disorganizzazione iniziale, il meglio deve ancora venire. Le operazioni di accettazione si svolgono con lentezza e imprecisione, in modo scortese e raffazzonato. Le buste con il test vengono consegnate sigillate già un'ora prima dell'inizio della prova, con la raccomandazione: 'Mi raccomando, non apritele fino all'inizio delle prova!'. Certo: croce sul cuore. Giurin giuretto. Parola di boy scout.
In un crescendo di indignazione, chiedo spiegazioni: 'l'integrità delle buste verrà controllata accuratamente? Come sarà possibile controllare capillarmente ogni busta, in un'aula contenente oltre trecento persone?'. Gli addetti mi tranquillizzano: tutte le operazioni di controllo verranno espletate nel modo più consono.
Dopo due ore di attesa estenuante finalmente prendo posto in aula; c'è chi mormora che ci sia chi abbia aperto le buste e risposto a tutte le domande. I 'controllori' si allertano: 'siete sicuri?'. Il controllo viene effettuato in modo sommario, e solo una ragazza viene trovata in flagranza di reato, fustigata sulla pubblica piazza e cacciata come capro espiatorio. E gli altri?
Affannosamente, stanchi, delusi, e arrabbiati, finalmente si comincia. Non ci vengono date le minime istruzioni per la compilazione del test, tutto è lasciato all'iniziativa personale di qualcuno, che, per non sbagliare, chiede delucidazioni. Il tutto a prova già iniziata, tra il brusìo, i suggerimenti, i cellulari. Appunto, i cellulari. Chiedo: 'Ma non si dovrebbero ritirare?' 'Ci si rifà all'integrità di ciascuno, la disonestà non fa gli insegnanti', mi viene risposto. Ah, però. Passo oltre, ormai non ce la faccio più: sono demoralizzata, arrabbiata, stanca e delusa.
Svolgo il mio test, tra le chiacchiere e il disturbo generale. Suona la campana. Altro giro, altra corsa. Rimaniamo in aula per altri quaranta minuti, nella confusione generale, mentre si tenta affannosamente di compiere le operazioni di consegna, a test concluso, con le buste aperte. Senza alcun controllo: mi confronto con gli altri, chiedo le opinioni, controllo le risposte sul cellulare. E il mio test è lì, accanto a me, con le mie risposte sbagliate e le mie risposte giuste. In una busta non sigillata, per un tempo che supera i quaranta minuti.
La disonestà non fa gli insegnanti, penso. Allora perchè sono precaria?

Elisabetta Carminati

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