Uno specchio dei tempi attuali: "Domenica maledetta domenica"

Un uomo da marciapiede (1969), Domenica, maledetta domenica (1971), Il giorno della locusta (1975), Il maratoneta (1976): bastano quattro titoli, questi quattro, per fare di John Schlesinger un nome importante della storia del cinema.
Vogliamo parlare Domenica Maledetta domenica, parlarne a quasi 38 anni di distanza, senza disquisire sulle qualità filmiche – il film è il capolavoro indiscusso del regista, e non v’è ombra di dubbio – ma semplicemente sottolineandone l’attualità sconcertante.
La fotografia che il film scatta, non è solo la perfetta messa in scena dell’Inghilterra dei primi anni’70, quanto – ed a un livello superiore, perché psichico, potremmo dire – la crisi esistenziale che avviluppa la mia generazione, e non solo.
Quasi che, dopo la sua prima avventura oltreoceano – Midnight Cowboy, film che regala al regista fama internazionale – il rientro in patria abbia portato Schlesinger ad affinare il proprio sguardo, ad una capacità superiore di indagine.

La vicenda è costruita intorno a tre personaggi: Daniel (Peter Finch), medico ebreo cinquantenne, ed omosessuale; Alex (Blenda Jackson), divorziata, trentenne, avvocato; Bob (Murray Head), giovane scultore cinetico, trait d’union in quanto amante di entrambi. Un microcosmo che si muove lento, dove le giornate si ripropongono quasi identiche le une alle altre, dove i binari raramente si distanziano, dove i treni, per proseguire nel senso metaforico, difficilmente deragliano, ma al contempo vanno ad una velocità impercettibile. Il regista e la sua sceneggiatrice - Penelope Gilliatt – scelgono un tempo ristretto, nove giorni, ovvero due week end, e la settimana nel mezzo, per mostrarne le azioni, e le inazioni, spesso un immoto andare di montaliana memoria. Ed un ambiente ben preciso, Londra, città colta nel suo mutamento continuo – e a questo proposito, proponiamo un raffronto tra le sequenze del viaggio in taxi di Daniel, quando la notte inglese si colora di una commedia umana affannosa, affannata, ed ugualmente viva, e quelle, di solo cinque anni precedenti, che Antonioni, osservatore straniero, descrive in Blow Up.

Tre cavie, un tempo, un luogo: ovvero un esperimento. Si assiste ad una rappresentazione sotto il vetrino lucido di un microscopio, o tra le pareti di un terrario. C’è un po’ del neorealismo, del cinema di Cassavetes, un po’ del Free Cinema al quale Schlesinger ha sempre negato di appartenere, e molto di vero. Perché il regista coglie, all’interno di una realtà sociale, una realtà mentale, un clima. La critica ha parlato di tre sguardi, tre punti di vista (si veda il bel saggio di Salizzato).
In realtà, forse, sarebbe più giusto parlare di un solo essere a tre occhi, tanto le focali si compenetrano, e comunque tutte concorrono a delineare il generale e lento trascorrere del tutto. Daniel è il più anziano dei tre. L’età, il ruolo sociale (è medico, e proprio da una visita medica la vicenda prende inizio), lo fanno equilibrato e quasi stoico, nella sopportazione, mitemente rassegnata, di un non-destino, che è solo il lasciarsi trascorrere, e attraversare, dal tempo. Si prenda la sua omosessualità: è vissuta con rigore, ma senza eccessi, e nel rispetto. Il ritorno di fantasmi – si veda la scena in cui incontra un suo ex amante – lo trova preparato. Ma quanta tristezza si cela dietro la sua scorza di forza. Alex è il perno sul quale ruota il dubbio esistenziale. Ha forse scelto, o forse si è fatta scegliere, e condizionare dalla vita, ma è già alla seconda possibilità: dopo un divorzio, dopo le dimissioni dal proprio lavoro, che rassegna nel primo rullo del film, vive conscia solo del suo essere ad limine. Questo spiega il suo rapporto con Bob, e la storia di sesso, con un barlume illusorio di affetto, con un suo cliente. Un confine che separa l’ansia e la rabbia con uno strato di sola carta velina.

Tale descrizione oltrepassa l’English way of life, proponendosi come profetica – o immutata – lettura di un disagio. Potremmo provare a fare un gioco, inserire i miei amici, Raffaello, Giorgia, Daniela, Federico, Nicola, per dirne alcuni, e scoprire che ognuno di loro, nel dramma individuale che sta vivendo – e che è, semplicemente, la vita – non fa che doppiare, nelle azioni, nelle parole, nei pensieri, frammenti di questo gioiello. Che ha il coraggio di proporre, alla fine, non solo un finale aperto – Bob abbandona entrambi, andandosene a New York, ma lasciando il suo tucano ad Alex – anche, e soprattutto, un incontro tra Alex e Daniel, inversi amanti dello stesso uomo, entrambi amici della famiglia Hodson: un incontro bellissimo, grande pagina di cinema mimico, per cui le parole non servono, basta lo sguardo per capire, per solidarizzare.
I due personaggi che poi, ognuno a modo suo, e nel proprio momento, tireranno le fila del discorso. Anche in questo, evidenziando una doppia verità, o meglio, una sorta di verità elicoidale, intrecciata e mai incrociata: quasi a replicare, graficamente, la struttura del DNA: che poi è la base della vita… . Alex parla di rinuncia: “Mi hanno sempre insegnato che qualcosa è meglio di niente. Ora è arrivato il tempo che niente deve essere meglio di qualcosa”.

Un dovere che abbiamo reso in corsivo, frutto di un pensiero automatico, e non di una convinzione: la vita è sfuggita di mano, dalla possibilità di essere vissuta attivamente, ed il tucano attende la donna a casa, come un ricordo insistente, ed una promessa di futuro. Daniel conclude invece il film rivolgendosi alla platea, con uno sguardo in macchina: ciò che il cinema classico ha proibito, e che invece qui è superamento del distacco, ed ingresso nella vita. Ed allora “Ora desidero la sua compagnia e la gente dice, la qual cosa è meglio di niente, che, almeno, sono stato bene con lui; e io dico che sono felice, a parte il fatto che l’ho perso…Tutta la vita ho cercato qualcuno di coraggioso e pieno di risorse, non come me, e lui non lo era di certo. Ma qualcosa. Noi eravamo qualcosa”.

Bisogna arrivare in un posto, qualsiasi sia, per ripartire. Questa la “morale”, se di morale si può parlare ancora. Insieme alle domeniche “Bloody”, come recita il titolo originale, maledette, sconsolate, che Bob, andandosene, lascia in pasto ai due ex amanti.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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