Alberto Grimaldi. L’arte di produrre

Roma: 1-15 Marzo

La Cineteca Nazionale, in occasione della pubblicazione del volume di Paola Savino Alberto Grimaldi. L’arte di produrre (Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma, 2009), rende omaggio, a un anno e mezzo di distanza dalla retrospettiva della 52ª Semana Internacional de Cine de Valladolid(26 ottobre-3 novembre 2007), a uno dei più grandi produttori della storia del cinema italiano (e mondiale): Alberto Grimaldi.
«Nella mitologia del cinema italiano la figura del produttore è stata spesso oggetto di leggende che hanno contribuito alla definizione di una maschera dai contorni talvolta pittoreschi, il cui modello per eccellenza è stato Peppino Amato, sul quale Ugo Pirro scrive pagine folgoranti nel suo libro di ricordi Soltanto un nome nei titoli di testa. I felici anni Sessanta del cinema italiano" (Einaudi, 1998).
Accanto al Regista e all’Attore, ovvero il genio e il divo, il Produttore si materializzava all’orizzonte vestito di bianco, quasi a diffondere attorno a sé un alone di purezza, ma anche un’immagine di festa, che il cinema italiano in quei felici anni Sessanta riusciva ancora a irradiare. Il fascino dell’effimero travolgeva ogni resistenza e la maschera contribuiva perfettamente al gioco, perché poi di un gioco, di un’enorme finzione si trattava, un castello di cambiali e promesse, di produttori improvvisati e oscuri finanziatori, destinati poi a sparire nel nulla all’ennesima crisi, quella definitiva che travolgerà il cinema italiano negli anni Settanta.

Pochi produttori si sottraevano ai cliché, e fra questi vi era sicuramente Alberto Grimaldi, la cui storia personale non si prestava a facili leggende. Di leggendario qui c’è solo la filmografia della P.E.A., la casa di produzione di Grimaldi, testimonianza concreta della grandezza del cinema italiano: in essa i nomi di Fellini, Bertolucci, Pasolini, Monicelli, Petri, Rosi, Pontecorvo e Leone, sfilano accanto a quelli di Wilder, Lelouch, Malle, Vadim, fino al Martin Scorsese di Gangs of New York, punto di arrivo di una carriera votata al superamento dei confini (e dei limiti) italici, attraverso il meccanismo delle coproduzioni, di cui l’avvocato napoletano è stato uno dei grandi artefici.

Grimaldi è il produttore italiano che con maggior convinzione ha gettato le basi per la costruzione di un cinema e di un pubblico europeo, quale mai più sarà realizzato, nemmeno nell’epoca dell’Unione Europea, e che invece, in quei fertili anni Sessanta, poteva prosperare attorno al mito della frontiera, ovvero il western autarchico nato sulle ceneri di quello americano. Un genere che almeno per Grimaldi non nasce in virtù della collaborazione con Leone, ma ha alle spalle felici esperienze produttive in Spagna, già nei primi anni Sessanta, prima del successo di Per un pugno di dollari: il western P.E.A., un vero e proprio marchio di fabbrica, è legato ai nomi, ancora da scoprire in Italia, di Rafael e Joaquín Luis Romero Marchent, al primo divo Robert Hundar (l’italianissimo Claudio Undari), a film come Tres hombres buenos (I tre implacabili) e El sabor de la venganza (I tre spietati), che rappresentano veramente la preistoria del western europeo, ma che differenziano l’operato di Grimaldi rispetto a quanti, sull’onda di Per un pugno di dollari, cavalcheranno quel successo decretandone la rapida fine. Da lì, invece, Grimaldi prende le mosse per allargare i propri orizzonti e incrociare i destini dei grandi registi del cinema italiano, ai quali offre, quale contropartita al loro apporto creativo, non solo e non tanto denaro (vero questa volta, e non fatto dei mitici assegni “cabriolet”) per produrre i loro film, ma soprattutto una libertà creativa, di cui gli spiriti più ispirati, Fellini, Pasolini e Bertolucci, godranno appieno.

A Grimaldi siamo debitori delle opere più irriverenti del cinema italiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma e Ultimo tango a Parigi, a lui e al suo coraggio dobbiamo una battaglia per la libertà espressiva che rappresenta una conquista per l’intera cultura del nostro Paese. Questo volume vuole quindi essere, prima di tutto, un ringraziamento per la sua attività e la dimostrazione che si può interpretare il mestiere di produttore come un’arte» (dalla prefazione di Sergio Toffetti al volume di Paola Savino Alberto Grimaldi. L’arte di produrre, Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma, 2009).

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