Come si doppia un film. Traduzione e doppiaggio

Doppiaggio. Funzione fatica di Jakobson, lingua e cultura

Il grande doppiatore Ferruccio Amendola un giorno confessò: "Ho conosciuto Hoffman mentre doppiavo Cane di Paglia. Era molto contento del mio lavoro, mi ha detto che se ne parlava anche in America, poi sfottendomi ha aggiunto: “Però Dustin Hoffman sono io, ricordatelo”.
Si può affermare che l'efficacia del doppiaggio risiede proprio nella condizione di attore del doppiatore. Un “attore dimezzato”, tale è la definizione data al doppiatore da Alberto Castellano e Vincenzo Nucci ossia, come colui che concentra le sue potenzialità recitative nelle doti fonetiche ed estrae da questa sublimazione vocale una linfa vitale, portando alle estreme conseguenze il metodo di lavoro tracciato da Stanislavskij.
Il doppiaggio può essere considerato come una vera e propria operazione di chirurgia vocale. Il sistema di doppiaggio cinematografico è una macchina perfetta, infallibile nella scelta delle singole voci; impeccabile nell'adattarle ai tratti psicosomatici, alle sindromi, ai tic dell'attore-personaggio, determinante per attivare quel meccanismo di seduzione esercitata dai divi sullo schermo.
Tutto ha inizio quando l'adattatore-dialoghista si mette in moviola e col copione originale da una parte e dall'altra il copione tradotto nella lingua d'arrivo, mette in bocca all'attore le aperture, le lunghezze e le pause, le labiali, i ritmi. A volte è un lavoro da vero certosino. Un adattatore non è mai solo un traduttore poiché deve analizzare nuovamente il dialogo e far sì che questo esca dall'immobilità della scrittura animandosi, attraverso il doppiatore, nell'immagine dell'attore. Un adattamento quindi, è sempre uno smembrare e ricomporre il dialogo, rivelando in queste azioni invenzione e creatività.
Ogni lingua presenta una vasta gamma di casi ascrivibili a quella che Jakobson chiama “funzione fatica” del linguaggio. Una parola o una frase acquistano particolare senso a seconda del modo in cui vengono pronunciate. Per di più, tale funzione spesso si accompagna a quella che si può definire una gestualità complementare, atta a sottolineare ancor di più quella specifica funzione fatica. Di conseguenza l'abilità del doppiatore potrà forse anche riuscire a ripetere perfettamente il tono di una battuta di questo tipo, ma non facendo parte del sistema culturale della lingua di arrivo non potrà non risultare anomala per lo spettatore. Come si vede, si entra in un terreno che non si limita alla funzione “fatica” del linguaggio, ma che aggiunge al discorso un'importantissima componente culturale di più largo carattere.
Dissociare la parola dal film non si può. Non si tratta di tradurre un dialogo; si tratta di tradurre un attore, cioè una sostanza umana; e una fantasia, e una cultura; e una tecnica.
In sostanza, si può dire che uno degli snodi centrali sia proprio il lavoro del “produrre” inteso in senso creativo e non meramente tecnico-passivo. Solo tramite interventi consapevoli del proprio ruolo di mediazione, attenti ad ambedue i lati del processo comunicativo, alle caratteristiche delle realtà culturali d'origine e di sbocco, si impianta un processo conoscitivo reale, di confronto e di appropriazione creativa.
L'approccio pragmatico nella traduzione filmica è alla base di tutto il lavoro. Attraverso esso si possono distinguere gli elementi significativi del testo e le loro funzioni e affinché possano venire ricreati nella lingua di arrivo in una logica di ricostruzione testuale piuttosto che di trasposizione sintattico-lessicale. Il risultato sarà una versione che contiene gli elementi di significato fondamentali per la trama e il tono generale della scena.
La varietà linguistica merita sicuramente un'accurata attenzione nel campo della traduzione a causa della stretta relazione che intercorre tra i fattori extralinguistici del contesto. Inoltre il problema risulta più delicato se consideriamo lingue come lo spagnolo ossia, ricche di varianti. Secondo alcune classificazioni, è la quarta lingua più parlata al mondo in termini assoluti, mentre è la seconda come lingua madre dopo il cinese.
Attraverso questa rapida premessa, è facile convincersi di quanto sia delicato fare una traduzione audiovisiva pensando di esportare un'unica versione del prodotto in tutti i paesi ispanofoni. Il traduttore in questo caso deve fare delle scelte linguistiche che manterrà per tutta la stesura del dialogo tenendo presente la maggiore diffusione in tali paesi.
La più grande ambizione che ha un traduttore in questi casi, è quella di considerare la dimensione “politopica” della lingua spagnola, che comporta la scelta degli elementi comuni a tutte le nazioni ispanofone, naturalmente equivalenti dal punto di vista del significato. Una delle maggiori difficoltà che si riscontra è proprio quella di trovare molte omonimie e geo-sinonimi senza cadere in una serie di malintesi e situazioni imbarazzanti. Il traduttore quindi, avvicina i confini linguistici di tutto lo spagnolo parlato e laddove sia necessario, attinge lessico ed elementi linguistici dalle “frontiere”, che si rivelano delle vere e proprie isole di sicurezza.
Il compromesso che egli riesce ad ottenere, risulta essere la ri-scrittura di ciascun idioletto in spagnolo, comportando sicuramente un'altra presentazione del personaggio ma, se il lavoro di traduzione è ben fatto, allora ci saranno i “cloni ispanofoni” dei singoli personaggi per bravi doppiatori ai quali verranno cucite ad hoc le parole sulle labbra...

di Cecilia Maria Vallorani [Visita la sua tesi »]

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