Saverio Costanzo: da Private a In memoria di me

Dopo la convivenza forzata di una famiglia palestinese con un gruppo di soldati israeliani che ha occupato la loro casa, nucleo narrativo del film Private (2004), Costanzo racconta un’altra intensa vicenda ambientata in un interno nel suo ultimo film In memoria di me (2007), liberamente ispirato al romanzo Lacrime impure di Furio Monicelli.
Trovo che il film di Costanzo, in una sua maniera misurata e rigorosa, sia straordinariamente attuale per quanto riguarda il recente dibattito intorno alla Chiesa e al suo ruolo nella società, discussioni che vanno dalla politica fino all’etica: dalla fecondazione assistita al caso Welby, per citare qualche esempio. Anche in ambito letterario l’interesse intorno al cristianesimo e alle sue origini è più che mai fervente: per citare un celebre esempio, il romanzo Il Codice da Vinci, vero e proprio caso letterario dello scorso anno, ha infatti riacceso la curiosità intorno alla figura di Cristo, favorendo anch’esso il pubblico dibattito e l’uscita di una serie di testi: ennesime riedizioni della leggenda del Santo Graal rivisitate e magari corrette, ma anche studi seri e approfonditi sulla figura storica di Gesù. Anche nel film di Costanzo, ambientato in un monastero, si parla molto di Cristo, ma su due livelli contrapposti: in modo “ufficiale” attraverso le lente dei testi scritti su di Lui, cioè i Vangeli e i documenti che ruotano attorno ai Vangeli, nelle parole delle lezioni, dei seminari e delle omelie dei sacerdoti; in modo mistico, carnale e doloroso nella vita quotidiana e “segreta” dei novizi, al di fuori dal tempo scandito dallo studio. Il film si apre con l’immagine di Andrea, un ragazzo che ha avuto tutto dalla vita e che davanti ai sacerdoti che lo interrogano non esita a dire: “Per il mondo ero un vincente”, ma che ad un certo punto attraversa una grave crisi d’identità e inizia ad andare frequentemente in chiesa, dove trova sollievo al suo malessere. Da qui la scelta successiva di entrare come novizio in un monastero che si trova su un’isola nella laguna veneziana, metafora fin troppo evidente di una volontaria emarginazione in un luogo già di per sé staccato dal mondo.

Là dentro trova ragazzi come lui, i quali ognuno a suo modo, cercano di adattarsi alle rigide regole di impassibilità e imperturbabilità imposte dal loro padre maestro. “Allenatevi a non mostrare i vostri tormenti”, uno degli insegnamenti base per un buon sacerdote. I novizi, sotto la guida del padre maestro e del padre spirituale, il cui duro accento tedesco si adatta perfettamente al gelido assetto, anche architettonico, del luogo, devono vivere nel silenzio e nella meditazione per avvicinarsi a Dio: “è nel silenzio che abita Dio”, dice infatti il padre spirituale. A pranzo, per evitare chiacchiere, viene messa appositamente in sottofondo la musica classica; in biblioteca vige il divieto assoluto di parlare. Ma i ragazzi comunicano tra loro nell’unico modo possibile, con lo sguardo: i loro occhi si lanciano ogni momento occhiate di volta in volta scrutatrici, incuriosite, complici, oppure rassegnate, spente. Andrea ha uno sguardo acuto e penetrante con il quale inizia a sua volta ad osservare i suoi confratelli nei primi giorni del suo noviziato.

Attraverso il suo sguardo lo spettatore si immerge nell’atmosfera silenziosa del monastero, ma, allo stesso tempo, ne rimane estraniato, come in fondo estraniato è lo stesso Andrea. Non ci si può immedesimare totalmente nel suo personaggio, perché Andrea non partecipa alla vita comune e ai turbamenti dei suoi confratelli, ma con il suo sguardo giudica, senza dire una sola parola. Il suo non volersi mescolare, il non voler patire, il non porsi le domande fondamentali che i suoi confratelli, soffrendo, si pongono, lo rende un giudice freddo e silenzioso degli altrui tormenti, impedendogli di fare quel viaggio dentro se stesso che a tutti loro è richiesto di fare dall’istituzione per creare dei sacerdoti realmente convinti di essere uomini di Dio, siano essi futuri missionari, teologi o parroci. Andrea è come uno scienziato che osserva le sue cavie per scoprire argomenti utili alla sua personale “scienza”: segue, il più delle volte non visto, i suoi confratelli attraverso l’andito e le stanze del monastero per carpirne le reali personalità, le eventuali passioni segrete. Inizia a provare una strana curiosità per le azioni compiute dal suo confratello Zanna. Andrea trova in Zanna il suo esatto opposto e il modo diverso in cui i due esprimono il loro modo di vivere la fede rappresenta la base ideologica del film, determinata da quella dualità che ho citato all’inizio: come si applicano, nella vita quotidiana, gli insegnamenti di Gesù quando li si deve prima di tutto studiare attraverso l’apparato teologico che sulla sua figura storica è stato costruito e che costituisce la struttura di una religione complessa come il cristianesimo? La differenza si coglie nettamente, in un primo momento, durante una discussione tra Zanna e Andrea dopo la pubblica lettura, da parte di Andrea, di un’omelia scritta da lui, esercizio al quale sono a turno obbligati tutti i novizi. Andrea enuncia l’importanza del Vangelo e dell’insegnamento lì contenuto come strumento con il quale il sacerdote impartisce la Verità di Cristo ai credenti. Il sacerdote è l’unico depositario della Verità: la studia, la fa propria in modo rigoroso ed è l’unico che può impartirla agli altri. Zanna si alza dalla sua sedia e gli dice: “Tu giudichi”. Andrea si sente trasalire: proprio il giorno prima era stato accusato da alcuni suoi confratelli, in cappella, di giudicarli senza conoscerli, di essere arrogante, supponente, troppo indiscreto. I confratelli infatti, dice il padre maestro, devono essere i primi critici di loro stessi e degli altri e devono farlo ad alta voce: anche questa usanza è obbligatoria all’interno del monastero. Zanna continua, imputandogli la mancanza d’amore nelle sue parole, mentre la fede che anima un credente dovrebbe essere piena d’amore, perché l’amore è il contenuto della fede: bisognerebbe “innamorarsi di Cristo”, mentre Andrea è “scientifico” mentre parla di Cristo. Gesù non è solo Verità: l’uomo, e in particolare il sacerdote, fa esperienza di Cristo attraverso gli altri, diventando lui stesso il Vangelo e offrendo agli altri non solo verità, ma carità e misericordia. Dunque, la ragione, il dogma, la fede nella teologia di Andrea contro l’ardore spirituale, il “carnale” amore per Gesù e per il suo prossimo di Zanna. La prospettiva di Andrea è completamente ribaltata, per la prima volta il ragazzo abbassa lo sguardo.

Da questo momento all’interno del film questa diversità di vedute tra i due novizi procede incrociandosi e diventando una serie di pedinamenti, sguardi, confessioni. Il loro rapporto, le confidenze che iniziano a scambiarsi stridono, anche visivamente, con la vita del monastero che continua come se niente fosse: corridoi grigi e stanze spoglie contrapposte a inseguimenti notturni di Zanna da parte di Andrea, nella luce che penetra dalle finestre del corridoio o in quella calda e avvolgente delle candele in cappella. Proprio qui una sera, il suo viso intenso in primissimo piano, Zanna spiega ad Andrea il motivo per cui è entrato in monastero: gli dice che, convinto di vivere facendo il “male”, una volta aveva pensato di suicidarsi e stava per riuscire nel suo intento quando, nel giro di un solo attimo, aveva improvvisamente capito che Dio lo amava e aveva deciso di consacrargli la sua vita; ma quello che aveva trovato dentro il monastero era solo un gelido silenzio, una “chiesa vuota” e una “verità morta”. Queste parole rendono ancora più evidente la differenza di approccio dei due alla vita monastica, nonché due differenti modi di essere cristiani cattolici: Andrea e Zanna sono entrambi entrati in monastero per ritrovare la vera essenza di se stessi, ma mentre il primo voleva aggiungere alla sua già ampia collezione di successi un altro che lo facesse sentire vivo senza però scalfire la sua posizione di “vincente”, cercando dunque di diventare un sacerdote perfetto come gli veniva richiesto, il secondo sperava di immergersi in quell’amore che pensava lo avesse salvato dall’annientamento ed era invece rimasto deluso nello scontro con l’ “istituzione”, con coloro che sono detentori della teologia, che hanno gli “strumenti” adatti per studiare Cristo.

Ad Andrea interessa soprattutto sapere l’identità di colui che Zanna va a trovare tutte le notti in infermeria; tutte le volte lo segue fino alla porta, ma non osa entrare e rimane sulla soglia, intravedendo di sfuggita Zanna chino a pregare sul letto di un infermo che ha sempre gli occhi chiusi, il viso scarno reso ispido da una barba malcurata. Man mano che il film procede, la curiosità di Andrea per il segreto custodito da Zanna prende il sopravvento, nonostante un confratello abbia riferito al padre superiore dei loro incontri in cappella. Ad un certo punto, nella mente di Andrea e anche per chi guarda, realtà e fantasia si confondono e non si capisce più cosa egli veda veramente o cosa piuttosto creda di vedere: come l’ombra allungata che una notte egli vede uscire dall’infermeria e che lo conduce di nuovo sulla soglia della porta, ma neanche stavolta Andrea riesce ad entrare. Si rifugia di nuovo in cappella, da solo, dove l’ombra spettrale vista o allucinata prima ha il suo corrispondente, per il suo status vagamente soprannaturale, negli affreschi che decorano la cappella: non immagini edulcorate e celestiali, ma martiri trafitti da frecce e spade, umile gente del popolo mischiata ai santi con l’aureola, lo stesso Cristo in croce coperto di sangue che esce dalle piaghe. Poco dopo si diffonde la notizia della morte del novizio ricoverato in infermeria. I confratelli, in abito bianco e con ciascuno in mano una candela, vegliano il morto tutta la notte. Andrea, lo sguardo sempre impassibile, osserva Zanna piangere. Dopo il funerale nota che l’infermeria è stata immediatamente ripulita, quasi a voler lavare via quella morte come fosse un atto impuro. Ѐ a questo punto che dentro di lui crolla qualcosa, la sua maschera di “vincente” cade definitivamente. Va in cappella e urla piangendo disperato di non riconoscersi più, di fare solo finta di provare sentimenti umani, di non essere capace di amare. I suoi superiori lo raggiungono: Andrea si volta verso di loro urlando che non è lui che cercano perché lui non crede in niente, poi va via.

E' qui che Andrea si sbaglia: l’istituzione è proprio lui che cerca, un cultore della ragione e dei dogmi della fede, per i quali si accetta di credere in Dio senza porsi troppe domande; non cerca uno come Zanna, che antepone alla disciplina e all’esercizio di autocontrollo e impassibilità l’impulso istintivo di assistere un confratello ammalato. Infatti, quando Zanna gli comunica di voler lasciare il monastero e Andrea gli dice di voler andare via con lui quella notte stessa, il padre superiore cerca di trattenerlo. Andrea invece prepara la sua roba e verso sera va nella stanza di Zanna, ma non lo trova. Si attarda però ad osservare i disegni appesi a una parete, versione ancora più cruda degli affreschi carichi di sofferenza umana della cappella. Ne riconosce in particolare uno che Zanna aveva appeso in infermeria, un volto barbuto con profondi stacchi tra bianco e nero, gli occhi pesantemente cerchiati, un’espressione tra il tragico e il beffardo. Sullo stesso tono gli altri disegni: volti umani fortemente caricati di scuro, figure grottesche di bambini, pagliacci, uomini barbuti con grandi occhi spalancati o socchiusi. L’estrema sensibilità del regista e di chi ha lavorato alla sceneggiatura del film verso un tema così delicato si ritrova anche nell’ultimo, intenso (come tutti i monologhi e i dialoghi del film, nessuna parola sembra superflua) monologo del padre spirituale che parla rivolto a Zanna, prima che quest’ultimo vada via, monologo al quale Andrea assiste non visto, osservando la scena da un ampio spiraglio della porta (un punto di osservazione già utilizzato in Private, quando la ragazza palestinese guardava i soldati israeliani che avevano occupato la sua casa da uno spiraglio dell’armadio dove si era nascosta). Anche se alla fine è quasi scontato immedesimarsi con Zanna e con il suo amore per il prossimo, fondamentale principio evangelico, nelle ultime parole che il padre spirituale pronuncia davanti a lui c’è tutta l’incrollabile sicurezza di chi, estraniandosi dal mondo, ha scelto Cristo in piena libertà, perché Cristo non ha costretto nessuno a credere in lui, “ha chiesto all’uomo una fede libera, un amore libero”. Anche se il padre spirituale gli rimprovera che “non è la libera decisione del cuore ciò che importa”, Zanna rispetta una posizione che percepisce comunque così diversa dalla sua, quindi si avvicina in silenzio all’uomo, entrando nel campo visivo di Andrea, e lo bacia lievemente sulle labbra prima di lasciare definitivamente il monastero. Andrea, invece, rimane. Nelle ultime immagini, piene di luce, Zanna cammina sorridente nel sole, Andrea, anche lui sorridente, chiude il portone del monastero dietro di sé.

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