Film tratti da fumetti. Sin City

Frank Miller. Letteratura hard-boiled, noir e femme fatale

Il cinema americano di massa sembra sempre più interessato a intraprendere un percorso al contrario, facendo salda presa sul terreno del conosciuto e dello sperimentato, per sfornare opere di sicuro effetto in grado di attirare il pubblico nelle sale come le api al miele.
In questo modo Hollywood riscopre i generi del passato, li ricontestualizza ad un ambito dalle parvenze attuali, e li reinventa affinché essi possano risultare graditi al gusto moderno. Il recente film Sin City (2005), ultimo lavoro dell’eclettico regista Robert Rodriguez1, riaccende appunto l’appassionato amore fra il cinema e il genere noir.
Nato dall’omonima collana di comic books di Frank Miller, Sin City mantiene alto l’onore del filone cinematografico noir degli anni ’40-’50, portando sullo schermo immagini, personaggi e situazioni che ben si adattano all’atmosfera del filone di Philip Marlowe di Chandler e di Sam Spade di Hammett.
Il film è pieno di richiami al genere, prima fra tutte la scelta del chiaroscuro, punto di forza del noir classico americano (ripreso dall’espressionismo tedesco di Murnau e Friz Lang)2. In Sin City ritroviamo questo ingrediente: il bianco e nero è però portato all’estremo (anche a voler ricalcare l’origine fumettistica della pellicola) e di frequente aiuta ad integrare con dei particolari l’impatto visivo della storia, soprattutto nelle scene più violente.
Altro motivo ricorrente del noir è dato dai personaggi, modelli stereotipati di comportamento che trovano la loro naturale collocazione nel tessuto metropolitano. Le figure chiave del genere noir classico sono tre (o quattro, volendo contare le persone): l’investigatore privato, la femme fatale, e gli amanti in fuga.
Il private eye (spesso anche un semplice poliziotto o avvocato) viene delineato da caratteristiche fisiche (forza, agilità, capacità di usare le armi in modo efficace) e psicologiche (acume, intelligenza, prontezza di spirito). Segue inoltre una serie di regole di condotta, ovvero ciò che Richard Layman identifica come Detective code3 : egli appare come un personaggio anonimo, che evita di farsi pubblicità, ma che è dotato al contempo di un forte senso dell’onore, soprattutto quando si tratta di rispettare gli impegni presi.
Il detective è disposto a infrangere le regole per portare a termine i propri scopi, purchè il fine ultimo sia sempre agire per il bene. Tenendo a mente quest’immagine, è facile trovare delle similarità con il personaggio di Hartigan (Bruce Willis) di Sin City: l’apparenza, i modi, le finalità, sono tutti elementi che richiamano alla tradizione hard-boiled americana.
Stesso discorso può essere applicato alla femme fatale: una figura tendenzialmente negativa, che agisce manipolando gli uomini per i propri scopi, e ricorrendo alle proprie armi più efficaci (prima fra tutte il sesso). Una bellezza fatale quindi, in grado tessere trame e portare le controparti maschili alla rovina attraverso macchinazioni diaboliche. Anche di queste il film di Rodriguez è pieno: la prostituta Becky (Alexis Bledel) prima fra tutte, ma anche personaggi positivi come Goldie (Jaime King) o persino la ballerina Nancy Callahan (Jessica Alba).
Gli amanti in fuga infine, ripresi dalla tradizione di James M. Cain (autore di Il postino suona sempre due volte), rappresentano un modello neutro, in cui però in un modo o nell’altro la componente negativa e malvagia tende a prendere il sopravvento. Solitamente queste figure fuggono perché hanno commesso un crimine, e la stragrande maggioranza un omicidio.
L’epilogo vede però sempre un risvolto tragico, ovvero la morte di uno degli amanti, se non di entrambi. In Sin City ritroviamo queste figure nei personaggi di Dwight (Clive Owen) e Gail (Rosario Dawson), che sono costretti a fuggire e nascondersi dopo l’omicidio di Jackie Boy (Benicio Del Toro) 4.
Lo stile noir americano si definisce attraverso alcuni punti cardine, ed è interessante notare come essi risultino parte integrante del film di Rodriguez: una trama accattivante, molte scene d’azione, violenza esplicita, ritmo frenetico nello svolgimento della narrazione. Peculiare è inoltre il linguaggio dei personaggi, semplice ma efficace, in grado di dare l’idea del contesto in cui ci si trova in poche battute. In questo è presente la tradizione hard-boiled, che con i suoi maestri Dashiell Hammett e Raymond Chandler ha fatto scuola non solo in ambito letterario ma anche cinematografico.
Uno degli aspetti più importanti di questo stile è dato dal “dark humor”, ovvero quell’ironia cruda che la critica americana Erin A. Smith definisce “wickedly, drydly, darkly funny5 . Gli autori di questo genere si divertono nell’inserire battute sarcastiche, a volte ciniche, spesso in situazioni poco pertinenti, così da creare un’effetto di estraneamento che aiuta ad allentare la tensione delle situazioni più drammatiche.
Sin City può essere quindi considerato di diritto un continuatore del noir americano, un genere mai del tutto scomparso dall’ambito cinematografico, ma da sempre relegato ad un settore di nicchia riservato a pochi “aficionados”. Ma anche grazie ai fumetti di Frank Miller, ora il mondo riscopre, con rinnovata passione, il gusto per il noir.

Le cose sembrano sempre più belle quando ci guardiamo indietro: è all’inaccessibile torre del passato che il desiderio si appoggia ammiccante.
James Russel Lowell



NOTE
1 Da ricordare, fra i suoi lavori, El Mariachi (1992), Desperado (1995), Four Rooms (1995), From Dusk till Dawn (1996).
2 Quest’ultimo prevedeva dogmaticamente un bianco e nero deciso, a delineare simbolicamente la linea di demarcazione fra ambito conosciuto e dimensione oscura (e spesso onirica); erano presenti inoltre inquadrature distorte, che davano una luce sinistra e inquietante alle figure simboliche, anch’esse un motivo ricorrente.
3 Richard Layman, Shadow Man: the life of Dashiell Hammett, Manly Press, New York 1981.
4 Anche il personaggio di Jackie Boy, ovvero il poliziotto corrotto, deriva dalla tradizione noir.
5 “Crudelmente, seccamente, oscuramente divertente”. Erin A. Smith, Hard-boiled: working class readers and pulp magazines, Temple University Press, Philadelphia 2000.

di Claudio De Pasquale [Visita la sua tesi »]

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