Batman e il simbolo. Giustizia ideale e libero arbitrio dietro maschera e mantello?

Imperativo di Kant, velo di ignoranza di Rawls e oltreuomo di Nietzsche

Può la giustizia incarnarsi in un simbolo puro, senza volto, senza corpo, senza incarnarsi in una concretezza fatta di specificità umane e singolari?
Può un uomo che si nasconde dietro una maschera e un mantello essere considerato un eroe portatore di valori positivi e difensore a oltranza di un ideale di giustizia?
Può la giustizia essere considerata ancora un ideale laddove per a difenderla non vi sono più esseri umani in carne ed ossa ma puri simboli privati della loro singolare identità?
Questi i quesiti che mi pongo dopo la visione di Il Cavaliere Oscuro, pellicola di Nolan di notevole impatto, non tanto per le scelte di regia alquanto lineari e prevedibili, ma piuttosto per la tematica narrata e sviluppata e per la psicologia del personaggio principale, Bruce Wayne, alias Batman.
Apparentemente il lungometraggio si sviluppa come un normale film di azione/avventura dove un supereroe combatte la malavita di Gotham City rendendo il tutto più misterioso grazie agli inseparabili compagni di avventura: maschera e mantello.
Ma analizziamo più da vicino il soggetto. Bruce Wayne perde a soli 8 anni entrambi i genitori, uccisi per mano di un sociopatico. Cresciuto, Bruce, come molti esseri umani vittime di perdite così traumatiche, si trova ad affrontare una scelta fondamentale: vendetta o giustizia?
Il nostro supereroe, affiancato dal maggiordomo/guida Alfred, opta per la seconda soluzione preferendo razionalmente la via della giustizia in quanto, in maniera logica e razionale, si rende conto che la strada della vendetta produrrebbe solo altre morti, ulteriori ingiustizie e sofferenze in un circolo che non si esaurirebbe mai.
Nolan disegna un Batman kantiano fino al limite: la giustizia prevale come valore supremo, prima di qualunque sentimento e istinto personale; la giustizia come imperativo assoluto cui obbedire senza “se” e senza “ma”. In un primo momento è Kant a guidare il nostro cavaliere, dunque!
Trovo sia interessante, a tal proposito, lo speculare monologo di Joker, malavitoso socio e psicopatico apparentemente simbolo del male e dell’irrazionale ma, ripeto, solo apparentemente; Joker, infatti, spiega lucidamente il trauma subito dopo lo sfregio della moglie, il tentativo di farla sentire amata, il fallimento, l’abbandono da parte della donna.
L’apparente psicopatico analizza e motiva secondo una logica ferrea la sua conseguente scelta di vita, dedita alla vendetta e al mettere in luce il marciume che giace nei depositi più segreti della società facendolo emergere attraverso lo sfruttamento delle debolezze dei cittadini medesimi.
Due scelte di vita opposte, dunque, ma accomunate da un medesimo principio: il superamento di un trauma che ha segnato e cambiato per sempre irreversibilmente le vite di due uomini, due normalissimi e comunissimi esseri umani!
Anche qui ritroviamo Kant: il libero arbitrio come principio della morale! Nessuno nasce giusto o ingiusto a priori, sono le conseguenti scelte di vita a determinare la giustezza o no di una persona. Nessuna forma di determinismo, tomba dell’agire morale: il libero arbitrio è tema centrale e portante nella filosofia morale kantiana e nella caratterizzazione della creatura di Nolan, Batman.
Tornando alla pellicola vediamo che la perfetta realizzazione dell’ideale di giustizia kantiano prosegue attraverso la spersonalizzazione del cavaliere: Bruce Wayne, individuo singolo e dall’identità ben precisa con tanto di pregi e difetti, si trasforma in Batman, supereroe mascherato privo di connotazioni peculiari nel quale, potenzialmente, chiunque può identificarsi.
Wayne capisce che come uomo, come singolo, non avrebbe alcuna possibilità di sconfiggere la malavita e le ingiustizie, ne verrebbe schiacciato e distrutto in breve tempo.
Ecco allora entrare in scena il simbolo: Batman come simbolo di giustizia assoluta, Batman come simbolo di difesa di valori positivi, Batman come simbolo di ciò che niente e nessuno può distruggere perché un simbolo non ha carne, non ha ossa, non ha volto e, pertanto, non si può distruggere!
Mi sembra che qui Kant ceda il passo a John Rawls, il quale, nella sua Teoria della giustizia mette in campo il famoso velo di ignoranza, una sorta di “maschera” che nasconde a ciascuno il proprio status e la propria condizione sociale all’interno di un’ipotetica società ideale per fare in modo che ciascuno possa decidere i principi su cui tale società dovrà basarsi, senza essere condizionato dai propri personali interessi.
Anche in questo caso la giustizia è difesa e perseguita attraverso una maschera dietro la quale potrebbe esserci chiunque, dietro la quale ognuno può credere di esserci; una maschera che nasconde una parte di ognuno.
Ma può ancora continuare a chiamarsi “giustizia” un ideale difeso a spada tratta da individui che non sono più individui, che sono il mero frutto di spersonalizzazioni? Non è forse autentica giustizia la realizzazione dell’ideale nella concretezza quotidiana, lo scegliere l’imparzialità a prescindere dai propri parziali interessi, pur sapendo bene quali essi siano? Non è forse troppo facile scegliere ciò che è giusto nascondendosi dietro un ideale spersonalizzato?
Personalmente la teoria rawlsiana non mi ha mai convinta: il velo di ignoranza mette tutti nella condizione di scegliere non per amore di giustizia ma semplicemente scendendo ad un banale compromesso: scelgo ciò che, tutto sommato, è il “meno peggio” che potrebbe capitarmi.
Nulla a che vedere, quindi, con l’ideale di giustizia kantiano: giusto come imperativo assoluto! Anche Wayne, a ben vedere, mi pare scendere a un compromesso: mettere da parte la propria reale e concreta personalità con tanto di paure, debolezze, difetti, ma anche pregi e servire in modo assoluto l’ideale di giustizia, ma come simbolo non più come uomo.
Nascondere paure, insicurezze, difetti dietro maschera e mantello e divenire un eroe perfetto, senza macchie, senza interessi, senza passioni, senza paure. Una scelta, forse, un po’ troppo comoda che poco ha a che vedere con scelte morali che, per essere tali, devono concretizzarsi ed essere agite da individui concreti.
Può ritenersi un supereroe, a mio avviso, chi non ricorre al simbolo astratto, ma chi sceglie nella concretezza della vita quotidiana, ogni giorno, di optare per ciò che è ugualmente accettabile per tutte le parti in causa; chi, pur conoscendo bene la propria personale condizione, il proprio status e i propri privati interessi, scegli di metterli anche da parte in nome di un’universale accettabilità.
Del resto Batman ha, indubbiamente, anche influssi nietzschiani: chi, guardando le avventure del supereroe creato da Nolan, non ha pensato all’oltreuomo di Nietzsche?!
Colui che è “super- partes” per sua stessa natura; colui che vede oltre, che pre- vede ciò che per gli altri è impensabile, colui che è al di là e al di sopra del bene e del male ma che agisce in nome di essi, ovvero in difesa del bene e contro il male! L’Oltreuomo è una specie di “principe centauro”, colui che per amore del giusto può anche agire in modo non giusto; colui per il quale il fine giustifica i mezzi; colui che non si può giudicare o valutare con i medesimi criteri validi per gli altri perché lui è al di sopra degli altri, il solo in grado di realizzare il perfetto ideale di giustizia.
Per l’oltreuomo nietzschiano non possono valere i principi etici cui gli altri devono sottoporsi, in quanto egli stesso si fa creatore di una super-etica. Posto che in condizioni di particolare disagio e difficoltà sociali una simile figura può essere accettabile se non addirittura necessaria, tuttavia l’oltreuomo di Nietzsche assume connotazioni ben precise e definite: può essere un sovrano o un politico che agisce come un “free-rider” per risanare la situazione politica ed economica di una società, può essere il medico che non rispetta le procedure prestabilite per salvare una vita. Ma chiunque sia ci mette la faccia: non perde le propria caratteristiche!
Nolan ha tentato una fusione tra Kant, Rawls e Nietzsche in una trilogia dalla regia di azione, tutto sommato abbastanza classica e poco sperimentale in cui, a mio avviso, molto più spazio doveva essere concesso a un’analisi introspettiva della figura di Wayne/Batman. La dicotomia uomo- simbolo doveva essere maggiormente evidenziata. I problemi, le insicurezze, i mille dubbi e quesiti di Bruce Wayne scompaiono dietro il mantello di Batman, che diventa un oltreuomo/simbolo astratto.
È una pellicola apparentemente semplice, ma fa sorgere dubbi e domande su cosa significhi essere davvero un eroe. Il messaggio che Nolan vuole trasmettere è “chiunque può essere un eroe”; a mio avviso chiunque può essere un eroe a patto di non nascondersi dietro un puro simbolo spersonalizzato, ma sapendo scegliere ciò che è giusto (inteso come universalmente accettabile, ovvero accettabile per tutte le parti coinvolte) ogni giorno, nella concretezza delle scelte di vita, continuando a mantenere la propria identità e le proprie peculiarità!

di Samanta Airoldi [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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