Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999)

vergini

"The Virgin Suicides è un film che unisce la sensibilità di una visione femminile dell’adolescenza alla severità di uno sguardo che mette a nudo la delicatezza e l’imperfezione di un mondo apparentemente sano e confortevole.
Uno sguardo che ricostruisce, con cura del particolare, tutti gli elementi di una sicurezza labile e transitoria (le strade del quartiere residenziale su cui si affacciano le villette con i prati perfettamente tosati, i rituali liturgici di una comune e tranquilla vita borghese di un piccolo centro americano, etc.), per poi far cadere improvvisamente e violentemente lo spettatore nel dubbio e nella frustrazione, attraverso le immagini crude di un’adolescente apparentemente morta, con il viso a pelo d’acqua, dentro una vasca da bagno. (…)
La regista cita visivamente una delle correnti pittoriche americane di fine anni Sessanta, che intende l’arte come totale rappresentazione del dato reale: l’iperrealismo. È lì che allora le inquadrature diventano severe: Cecilia infilzata sulla cancellata di casa; la disarmante e apparente quotidianità della famiglia dopo la tragedia; le sequenze oniriche in cui le ragazze sono sorridenti e allegre.
L’indifferenza del mondo che circonda le ragazze e la banalità della tragedia che si annida tra le pieghe di un nucleo familiare pressoché perfetto, si dissolvono in una breve inquadratura panoramica: quella in cui il sistema di annaffiamento automatico del prato davanti casa entra in funzione proprio mentre la piccola Cecilia muore trafitta dalla cancellata (la sequenza è un'ennesima citazione di Lick the Star, anche se il sistema di annaffiamento è in primo piano rispetto al piano americano usato per The Virgin Suicides ed è ripreso alla luce del sole, la mattina dopo del tentativo di suicidio di Chloe, mentre nel giardino di casa Lisbon entra in funzione di sera, quando il signor Lisbon tiene il corpo di sua figlia suicida in braccio).
La soggettività della macchina da presa è messa in risalto fin dalle prime inquadrature: la 'voice-over' (presumibilmente di un quarantenne) che espone e ricostruisce buona parte degli eventi venticinque anni dopo, dichiara, mentre scorre l’immagine di Cecilia distesa nella vasca da bagno, che fu lei la prima ad andarsene. Subito dopo, nell’inquadratura successiva, capiamo che ci si riferisce “solo” ad un tentativo di suicidio: la ragazzina, infatti, morirà un po’ di tempo dopo (durante l’unica festa in casa che la famiglia abbia mai organizzato).
La pellicola è carica di indizi visivi volti a disattendere le aspettative dello spettatore: le continue inquadrature di simboli cristiani all’interno dell’abitazione (simbolo di severità e del bigottismo genitoriale), le diverse proiezioni oniriche (le sorelle che si divertono su di un prato, Lux in veste di dea dell’amore, le istantanee scattate nei diversi viaggi immaginari e la fuga in automobile verso la libertà), i cambiamenti di colore usati nelle scene (dal giallo-ocra dell’apparente immaginata e serenità al grigio-bluastro dell’angoscia).
Alcune delle più significative immagini che descrivono le sorelle sono quasi abbaglianti (i visi in sovrimpressione, le figure intere riprese in controluce o al ralenti): delle vere e proprie visioni oniriche per idolatrare questi angeli terreni che lasciano trasparire l’inquietudine di coloro che non riuscendo ad avvicinarsi alla vita, preferiscono la morte."

di Francesca Arangio [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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