"Hereafter": aldiquà delle nuvole

Flusso e reflusso. L’onda anomala, impressionante, si trascina dietro, scoprendo il fondale sabbioso per centinaia di metri, il mare, prima di ricoprire, con forza devastatrice e assassina la spiaggia, le case, e migliaia di persone. Siamo in Thailandia, è il giorno del terribile tsunami del 2004.
Si apre così, con una scena di forte impatto emotivo Hereafter, nuovo film di Clint Eastwood. Il cataclisma è descritto con una nota di profonda verità (complice la produzione Spielberg): il regista non ha bisogno di esagerare, di usare iperboli: la natura da sola supera l’immaginazione. I drammi che il film attraversa, quelli collettivi (lo Tsunami, l’attentato alla metropolitana di Londra), quelli privati, non trasformano la sceneggiatura (scritta da Peter Morgan, autore del bellissimo The Queen) in un Requiem desolato, come in mano ad altri registi sarebbe accaduto, quanto, al contrario, in una parabola sul bisogno della ricerca dell’altro, visto come ancora di salvezza. Paradossalmente, la morte si rovescia in un inno alla vita. In una glorificazione – mi si passi il termine cristiano – dell’esistere in relazione con gli altri. Della compassione, intesa etimologicamente come “soffrire assieme” .Hereafter è un film molto “Here” e poco “After”: una riflessione sulla vita che, nonostante tutto, va avanti, crea nuovi legami, e costruisce, in assenza, nuovi rapporti che rendono meno insopportabile l’assenza stessa. Un po’ come accadeva in Amabili resti: certo, quest’ultimo sbilanciato maggiormente sul fronte dell’aldilà, del soprannaturale.

Tre storie, inizialmente slegate tra loro, seguendo un canovaccio abbastanza frequentato dall’ultimo cinema americano (Inarritu, ma non solo), rivelano lentamente il loro carattere misteriosamente centripeto. Tre vicende pesanti, di morte, di silenzio, di vite spezzate. Che la vita porta ad una convergenza ineluttabile. Protagonisti: Marie (Cécile de France), una giornalista francese che, casualmente (?) si trova in Thailandia il giorno dello tsunami e, travolta dall’onda, sperimenta uno stato di pre-morte prima che i soccorritori le salvino la vita. Marcus (Frankie McLaren), ragazzino londinese che subisce il trauma del distacco dal fratello gemello, investito da un furgone; e infine George (Matt Damon), un sensitivo che dopo avere abbandonato questa pratica, torna ad esserne coinvolto suo malgrado.

Flusso e reflusso. Avanti e indietro, dentro – fuori. L’onda anomala, con il suo doppio e inverso procedere, è l’immagine - movimento che costituisce la struttura architettonica del film, e ne è la metafora: scopre territori abitualmente nascosti, ponendo domande, circondando di dubbi lo spettatore, per poi ricoprire, con una certa dose di devastazione, i medesimi territori.
Questo movimento doppio, lo scoprire e il ricoprire, è insieme la forza e il limite del film. Perché, dopo avere denudato tanta spiaggia, per proseguire con la nostra metafora, lo tsunami del vecchio Clint non ricopre perfettamente ogni cosa, o lo fa senza distribuire ovunque la medesima profondità. Preoccupato forse troppo di chiudere il cerchio, il film pone dubbi, ma li frantuma o li fuga spesso prima che diventino domande. Basti il paragone con il Kieslowski di Decalogo I, molto vicino alle tematiche almeno della prima parte di Hereafter: anche quel film non risolve, non da risposte all’enigma di un padre che si confronta, e da razionalista, con la morte del figlio. Ma lo sconvolgimento emotivo dato allo spettatore è ben altro: Hereafter commuove, ma non smuove molto. Tanto che la vicenda, che inizia con un taglio universale (perché, altrimenti, ambientare in un contesto collettivo come quello dello tsunami, l’inizio del film?) si restringe al particolare, fino a convincerci che si parli di tre persone tra tante. Non della intera commedia umana.

In un certo senso la parabola lancinante di Million Dollar Baby, capolavoro indiscusso, che analizzava una vita che non vive, costretta ad uno stato vegetativo, quindi il limite estremo dell’aldiquà, del nostro mondo, con una linea retta, era il vero film dove Eastwood affrontava la tematica della morte, laddove le vie tortuose adesso adottate sottraggono in parte poesia e profondità. Hereafter, a dispetto della lunga scena subacquea iniziale, è un film di diffusa superficie (non superficiale, che è un altro concetto). Cui difettano l’assenza di statura classica (la parata che conclude Mistic River, che brivido) e di simbolismo (il gelato ricoperto di succo di amarena, in Flags of our fathers).
Certo, il film vola spesso in alto. La maturità artistica raggiunta da Eastwood è tale che può permettersi ogni argomento senza il minimo timore di cadere nella retorica. Ma volendo mediare tra la stroncatura critica americana, e l’entusiasmo di quella italiana, opteremo per un giudizio medio. Viene in mente al bella scena dell’attentato alla metropolitana di Londra: il piccolo Marcus, preoccupato di ritrovare il cappello caduto tra la folla, evita di salire sul convoglio che esploderà. Ma Eastwood sceglie di non mostrare l’esplosione se non da lontano: avviene in un luogo altro, non interessa i protagonisti. Ecco: ci pare che questo “altrove” permei troppo spesso l’Here, il qui.

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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