Il capolavoro mancato di Martin Scorsese

Non c’è dubbio che The Departed sia l’ultimo film di Martin Scorsese. Più difficile è stabilire se veramente ci consegni il nuovo Scorsese, ovvero se realmente aggiunga qualcosa (ed in tal caso capire cosa) al complesso e variegato mondo esplorato negli anni da uno dei più grandi registi in attività. Forte di un cast eccezionale, e sono da ricordare, oltre a Jack Nicholson (Frank Costello), Leonardo Di Caprio (Billy) e Matt Damon (Colin), Martin Sheen, Alec Baldwin e Marc Wahlberg, Scorsese narra la complessa vicenda che ruota attorno alle figure di Frank Costello, spietato boss e motore primo della storia, e di Billy e Colin, due spie allo specchio (il primo è il poliziotto insinuato tra gli uomini del boss, l’altro è il mafioso infiltratosi per conto di quest’ultimo in polizia, dove ha fatto carriera): entrambi si devono scovare, nessuno dei due conosce l’identità dell’altro. Una trama sicuramente congeniale al regista, ancora un gruppo di bravi ragazzi da ritrarre: e l’aspettativa, rispetto al deludente The aviator (2004), era palpabile.

Il film fruga principalmente due tematiche, quella della paternità, o meglio, del tentativo di ottenere lo status di padre, e quella della coincidenza che intercorre tra il bene ed il male, come lascia intendere il sottotitolo all’edizione italiana. Frank Costello, boss malavitoso, “tante scopate e nessun figlio”, come gli rimprovera Colin prima di ucciderlo, è un padre mancato, che ha eletto quest’ultimo fin da piccolo a proprio figlio adottivo, strappandolo al proprio ambiente e alla maternità dell’istituzione-Chiesa, dove è chierichetto. Le dettagliate sequenze che mostrano la crescita del personaggio, aumentano di valore alla luce di questa considerazione, e Colin, appunto, non andrà interpretato doppiogiochista per conto del boss che lo ha ingaggiato, quanto doppiogiochista per il proprio padre. Questa chiosa rende plausibile il segmento finale, e quando Colin si rende conto di essere stato truffato da Costello (padre e boss), non può far altro che entrare nell’età adulta, ovvero recidere il proprio cordone ombelicale con il padre, ed ucciderlo. E se lo farà materialmente, è ovvio preferire la spiegazione simbolica dell’azione, ovvero leggerla come il transito verso la maturità del personaggio. La violenza dell’omicidio trova anche una ulteriore giustificazione nell’assenza della figura materna, e dunque nella duplice funzione ricoperta da Costello nei confronti di Colin. Il quale, in verità, non avrà comunque una consequenziale crescita, essendo condannato ad un identico destino: perché intuiamo che avrà la stessa sorte di padre mancato. Sappiamo che la sua fidanzata (Vera Farmiga) aspetta un bambino, e tale informazione non fa che alimentare una illusione di paternità (valida anche per lo spettatore) destinata ad infrangersi. La loro separazione, dopo la scoperta da parte di quest’ultima della reale identità del proprio uomo, e poi, nella scena del funerale di Billy, l’assordante silenzio della donna alla domanda “cosa ne facciamo del bambino?”, sono così eloquenti: anche Colin non avrà prole. Ora, se tutto ciò è verissimo, è altrettanto certo che questa tematica non è nuova al regista, e proprio il primo film realizzato con Leonardo di Caprio, Gangs of New York (2002), la abbracciava – lo stesso Scorsese, parlando del film, aveva detto “E’ la storia di un ragazzo che cerca un padre e di un padre che desidera un figlio” - . Poco male, potremmo dire: ci sono artisti che hanno costruito l’intero corpus della propria opera come variazione di un unico tema, realizzando capolavori. Il problema è che, nel nostro caso, rispetto a Gangs e a tale tematica, The departed costituisce un passo falso, o perlomeno un falso movimento. Si considerino le parole pronunciate da Bill il Macellaio (Daniel Day-Lewis) nel finale, l’equazione che lo metteva in grado di equiparare se stesso al mondo, secondo la quale, appunto, il mondo descritto dal film era sul punto di scomparire perché lui moriva senza figli. Né naturali, né adottati. La profondità di quel film non ci sembra caratteristica del nostro: e, soprattutto, ambientare la certezza della non-paternità in un cimitero, ci risulta abbastanza banale se non di cattivo gusto.
Scopriamo a questo punto le carte: The Departed è per noi il caso raro di un film che ha la statura del capolavoro nel primo tempo, e poi si rovina nel secondo, e per più motivi. Ne elenchiamo alcuni: il primo tempo ha intanto una struttura ritmica impeccabile. La regia è attenta, mai invadente, e soprattutto, assolutamente personale: l’uso dell’iris, dei carrelli circolari, dei pochi primi piani sistemati al posto giusto, intacca la memoria, proprio perché riflesso emotivo dell’autore.

I passaggi sono estremamente convincenti, ed il parallelismo (non solo a causa del montaggio) sviluppato tra i personaggi di Colin e Billy è funzionale al racconto. Così, da una parte, la scelta di mostrare Colin fin da bambino, dal primo incontro con Costello, e fino all’ingresso in polizia, ci convince perché necessaria proprio alla struttura del film, che si accosta al romanzo di formazione. Dall’altra, lo spiazzante interrogatorio al quale Billy viene sottoposto in polizia, al momento del colloquio conoscitivo con i suoi superiori, stimola il nostro interesse, fino a convincerci delle peculiarità e dei rischi singolari del ruolo che gli sarà affidato. Ed è ammirevole la singolare costruzione dei due personaggi, facce di una stessa medaglia, divisi solo da un diverso passato che ha determinato vite, e diverse scelte future.
Ma purtroppo tali premesse cadono. Come talune tematiche che, inspiegabilmente, non vengono sviluppate a dovere. Una fra tutti: il motivo della religione, fin dai tempi di Mean Streets (1973) così caro a Scorsese. All’inizio Costello allontana Colin dalla Chiesa, spiegandogli, a propria giustificazione, come i divieti imposti dalla religione attraverso i preti siano freni al raggiungimento del personale successo: non è difficile leggervi la vicenda dello stesso regista, allontanato dal cinema dalle sue giovanili vocazioni sacerdotali. Potremmo dire che Colin ha una convinzione sghemba, e la cupola d’oro della sua chiesa perciò lo accompagna per tutta la vita, negli appartamenti che occupa e che, tutti e due, la mostrano dal terrazzo. Al momento di attenderci una considerazione finale in merito, però, questa è semplicemente assente. Non c’è, si fa semplicemente immagine, poco emblematica, del topo che percorre il filo dei panni davanti alla cupola nel finale. Quando invece, ad esempio, la distanza dal cattolicesimo ritratta in Gangs, proprio perché descrizione di un mondo quasi pre-cristiano nella sua belluinità sotterranea, quanto diceva in più sulla religione: tra l’altro operando già quel transfert dagli emigrati italiani agli irlandesi che qualcuno ha visto come novità di The Departed. E comprendendo quel senso di espiazione che qui è assente: come, di conseguenza, ogni possibilità di redenzione, che non sia il silenzio della morte.
La tematica del bene e del male che hanno perso un confine tra loro definito, è sicuramente meglio sviluppata, attraverso la scelta di ambiguità varie che muovono i personaggi: Costello si affeziona a Billy, tanto da non immaginarlo la talpa che sta cercando, e fino a trasferire su di lui alcune attenzioni “paterne” riservate a Colin; Billy a sua volta cade nell’ammirazione affettiva del boss; la ragazza di Colin diviene amante di Billy, quasi a ricomporre in sé il puzzle – lei è una psicologa – di un’unica identità divisa. Per non parlare dei due poliziotti interpretati da Sheen e Wahlberg, e dei loro modi poco ortodossi.
Tra autocitazioni più o meno necessarie – l’incontro tra Costello, Colin e Billy nel cinema che proietta filmini hard, direttamente preso da Taxi Driver (1976), la morte di Costello che richiama, con un tocco granduignolesco, l’uccisione di Joe Pesci in Casinò (1995) – il film procede verso un finale sinceramente inatteso ed assurdo, tre colpi di arma da fuoco in sequenza che ridicolizzano il discorso di Scorsese sulla violenza vista come fondamenta dell’american dream. Sembra che il regista abbia voluto cedere alle convenzioni del cinema asiatico del quale Infernal Affairs fa parte, spostandosi da Boston ad Hong Kong. Un finale che sinceramente poteva essere evitato, perché ridondante, perché discorso gratuito di un autore che mai ha ceduto alla gratuità della violenza. Evidentemente aveva ragione Shaw, osservando che “quando un uomo ha qualcosa da dire, la difficoltà non sta nel fargliela dire, ma nell’impedirgli di dirla troppo spesso”.


…così come odio la violenza, so altrettanto bene che essa è in me, in voi, in ognuno, e voglio esplorarla” Martin Scorsese

di Simone Parnetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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