Elementi di teatro in Lincoln. Luci sulla scena per fare la storia

Lincoln tra cinema e teatro. Sceneggiatura, scenografia e fotografia.

Un evento rivoluzionario, un personaggio carismatico e convinto, una sceneggiatura complessa fatta di dialoghi dal ritmo battente e da vocaboli ricercati, costumi di grande impatto, un regista che dirige le sue opere creando la stessa armonia che ricerca il direttore d'orchestra e, non si può omettere, un'interpretazione vivida degli attori impegnati, primo fra tutti Daniel Day Lewis, fanno di Lincoln un film che merita di essere premiato.
È un godimento per le orecchie ascoltare quei dialoghi così densi, recitati con enfasi, molto vicini all'aulicità di certi testi teatrali e teatrale si può definire l'impianto generale del film, con un apice nella scena in cui Lincoln e sua moglie Mary Todd, interpretata da una risoluta Sally Field, si riversano contro i mal riposti tormenti dell'anima legati alla morte del figlio con un crescendo di toni, un accavallamento di voci e un'intersezione di parole che trasferiscono incoscientemente lo spettatore dalla sala del cinema al teatro.
È un godimento per gli occhi osservare la meticolosa ricostruzione degli ambienti di metà Ottocento, interni per lo più, con l'utilizzo di arredamenti dal colore molto scuro, arricchiti da sovrabbondanti complementi e da tendaggi raffinati che, di concerto con una immissione della luce dai lati delle inquadrature, combattono il rischio dell'incupimento, restituendo scene che, in molti casi, ricordano certi dipinti del Romanticismo francese.
Infatti protagonista della pellicola è l'ombra che, figlia del buio e della luce, crea movimento e curiosità.
Si badi, fra le altre, alla scena in cui il protagonista e il figlio più piccolo si affacciano alla finestra al rintocco dell'ora che coincide con l'approvazione dell'agognato XIII emendamento sull'abolizione della schiavitù dei negri: la camera fissa verso la finestra riprende il movimento dei due attori che, elegantemente, scompaiono dietro la tenda di colore neutro che funge da confine tra l'oscurità della stanza e lo splendore dell'esterno irradiato dal sole, e l'ombra che si vede rappresenta la privazione di Lincoln dei suoi connotati da presidente degli Usa e la sua assimilazione a uomo qualunque che partecipa della gioia legata ad un successo epocale.
L'ombreggiatura diffusa in tutta la pellicola è un'estensione di quella che abita il volto del presidente e, metaforicamente, richiama il chiaro-scuro delle sue macchinazioni politiche, ma anche delle dinamiche famigliari, orientate allo scopo prefissato dell'eliminazione della schiavitù.
E il momento succitato è importante perché, dietro quella tenda, l'uomo prende il posto dello stratega, del capo, del politico machiavellico completamente assorto nel raggiungimento di un obiettivo di ampia portata morale e umana, del mediatore che deve conservare la coscienza vigile per prevenire o sedare o rielaborare i conflitti di interesse, del retore che sceglie di ricorrere ai racconti umoristici per smorzare i toni accesi dei confronti veicolando, sordidamente, i suoi punti di vista e le sue decisioni.
È in quella scena che Lincoln ci appare veramente nella sua umanità, perché, isolato dalla schiera dei collaboratori la cui presenza costante impedisce di uscire dal ruolo di presidente, resta in compagnia del figlio, l'unico che gli consente di essere autentico perché gli è devoto incondizionatamente e non lo giudica, ma gioisce per la gioia paterna.
Anche il modo in cui è stato costruito il personaggio da Daniel Day Lewis rimanda al teatro: in particolare l'andatura non fiera, nel suo apparire cadente, ma autoritaria e imperiosa, e l'espressività del suo modo di interloquire che incastra toni di leggerezza e ilarità con quelli di serietà e riflessione.
Insomma questo film è un bell'esempio di contaminazione di linguaggi, uno studiato amalgama di peculiarità teatrali e cinematografiche la cui tenuta è garantita dal forte potere della parola e dal modo in cui questa viene pronunciata.
A proposito di questo c'è da riportare che su alcune pagine web si legge dell'inappropriatezza e della scarsa resa nel doppiaggio italiano del lavoro di Pierfrancesco Favino: in particolare si accusa l'attore di avere eccessivamente enfatizzato la voce creando un suono inopportunamente treatralizzato e imparagonabile a quello reale del protagonista.
Ma, posto che in Italia i film stranieri si vedono doppiati, nonostante si ribadisca che il sottotitolo sarebbe più giusto, quindi il paragone con l'originale perde la sua valenza, posto inoltre che non ci sono dubbi sulla forte presenza del teatro nel film, ragione per cui anche la modalità espressiva del doppiatore italiano conserva la pertinenza nell'economia generale dell'opera, perché non abbandonarsi ad una visione piena che, se critica deve essere, lo sia senza la prerogativa di trovare a tutti i costi il neo?

di Ciro Intermite [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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